Il commendatore Ercole si scosse, cacciò indietro il berretto che gli copriva gli occhi, stirò le braccia e si guardò intorno.

— Oh, oh... qualcuno sonava, mi sembra.

— Era l'Antonietta — rispose la moglie. — Suona come un angelo.

— In fatti — ripigliò l'ex Prefetto — ho dormito meglio del solito... E perchè non suona più?

Benchè a malincuore, l'Antonietta sedette di nuovo al pianoforte. Ell'avrebbe voluto chiacchierare un poco con Tullio, avrebbe voluto chiedergli se avesse finito il sonetto così ben iniziato durante la loro passeggiata in giardino. E la infastidiva altresì che quella sera la sua mamma lo avesse accaparrato per sè e ch'egli non sapesse liberarsene e lasciasse al dottor Vignoni l'ufficio di voltarle le carte della musica, ufficio che ragionevolmente spettava a lui, il cugino.

Era stata la Marialì che aveva fatto segno a Tullio di avvicinarsele, ed egli s'era affrettato a ubbidirle, con quel segreto compiacimento che gli uomini provano alla minima preferenza di una bella donna. E poi, pensava Tullio, non era ella la mamma dell'Antonietta? Non doveva egli, per questo solo, usare particolari riguardi?

Allorchè il docile nipote aveva accostato la sua seggiola a quella di lei ella non gli aveva detto niente, s'era contentata di ringraziarlo con un cenno amichevole e con uno di que' suoi sorrisi radiosi che mettevano in mostra, fra due labbra rosee, una doppia fila di denti candidi, uguali, perfetti. Indi s'era tirata alquanto nell'ombra, dietro la poltrona della madre, e su quella poltrona posava la mano scintillante d'anelli. La svelta, elegante persona si disegnava mirabilmente nell'attillato vestito di seta grigia, a risvolti di velluto nero, che un po' aperto sul davanti lasciava a nudo il collo bianchissimo e il principio del seno; i capelli abbondanti, fini, ricciuti, l'avvolgevano come d'un nimbo, e tutto intorno a lei si spandeva un sottile profumo di viola. Tullio non poteva a meno di paragonarla all'altre sue zie che si trovavano nella stanza; la giunonica Letizia a cui non restava quasi più traccia dell'antica avvenenza, l'esile Angela alla quale la vita d'infermiera aveva dato quella tinta scialba, e quell'andatura dimessa che le suore acquistano negli ospedali, la magra ed ossuta Adele, moglie dello zio Girolamo, verde e fegatosa, quasi si fosse guastata irrimediabilmente lo stomaco a sentire e a legger discorsi parlamentari. E poichè la nonna non entrava nel conto, e la signora Cesira, quantunque giovine d'età, ci entrava anche meno, Tullio era tratto a concludere che quella sera, nel salotto di Villarosa non c'erano che due donne degne d'esser guardate, l'Antonietta e la Marialì. E, sotto il rispetto puramente fisico, egli non avrebbe saputo davvero a quale delle due, fra la madre e la figliuola, spettasse la palma.

Dei confronti mentali che il suo vicino andava facendo la Marialì non si curava nè punto nè poco: sentiva che in quel suo nipote aveva un ammiratore di più, e ciò bastava a lusingare la sua vanità. Ella non supponeva nemmeno che in quel momento l'Antonietta la considerava come una rivale e che nel cuore, pur buono, della fanciulla s'andava accumulando un astio segreto contro di lei che le insidiava le prime dolcezze dell'amore; a' suoi occhi l'Antonietta era sempre una bimba e non poteva fermar l'attenzione degli uomini... Il suo tempo sarebbe venuto... molto più tardi.

Il commendatore Ercole s'era finito di svegliare e seguiva con un certo interesse, sebbene con minore entusiasmo di sua moglie, le esercitazioni musicali dell'Antonietta.

— Quindic'anni che non vado ad un'opera — egli borbottava.