—Debbo esserle avversario?—mormorò in tuono compassionevole il professore.

—Già, spero che non morrete per così poco.

—Ecco—disse la Matilde che tornava in salotto facendo portare dietro di sè un altro tavolino con suvvi lo scacchiere e un numero dell'Illustrazione.—Qui, mettete due sedie e accendete due candele—ella soggiunse, rivolgendosi al servo. Indi spiegò il giornale.—Guardi un po' signor Arsandi, il nero dà scacco in cinque mosse. Lei prenda il bianco, perchè voglio dar scacco matto io, ma prima mi sono provata da me e non ci ho capito nulla.

—Adesso vedremo—rispose il signor Michele—ma a patto che mi parli in inglese.

La Matilde cominciò con qualche stento ma non senza grazia a cinguettare nella lingua di Byron, e il signor Arsandi le spiegò in poche parole il problema dell'Illustrazione, aggiungendo poi un'infinità di cose gentili all'indirizzo della giovinetta con una varietà di frasi e una disinvoltura che mostravano la sua molta perizia nell'idioma della sua seconda patria. A chi vinca la prima ritrosia non c'è quanto il parlare in una lingua straniera per dire o lasciar dire certe cose che nella lingua propria non si direbbero o non si vorrebbe fossero dette. È un modo di fare esercizio.

E così la Matilde imparò le molte maniere con cui si può dire in inglese ad una fanciulla che la si trova eminentemente garbata e simpatica, imparò le voci più appropriate ad esprimere la tinta e la curva particolare de' suoi capelli, imparò, assai meglio che dalla grammatica, la esatta differenza tra le parole pretty, handsome, beautiful, raggranellò infine una buona somma di cognizioni filologiche, senza contare la descrizione fattale dal suo interlocutore dei costumi delle strade e dei monumenti di Londra. Ella interponeva qua e là alcune frasi, rideva di cuore quand'era avvertita di un grosso sproposito e quando il signor Michele, sempre allo scopo di addestrarla nelle difficoltà della lingua, le spiattellava un complimento troppo sonoro.

—Mi congratulo de' tuoi progressi—disse dopo un certo tempo la signora Amalia alla figliuola—ma mi pare che ormai potreste ripigliare il vostro dialogo in italiano... anche per non offendere l'orecchio greco del professore Benvoglio.

Napoletana di spade!—gridò il professore spiegando le sue carte a ventaglio. Indi prese tabacco e soggiunse con la sua gravità consueta:—Confesso che quegli accenti gutturali mi urtano i nervi.

—Carino!—mormorò la Matilde che invece trovava l'inglese un idioma armoniosissimo. Con la fissazione che aveva sua madre di vivere in un guscio, ella non aveva mai provato la compiacenza di sentirsi far la corte nella sua lingua. Perchè non doveva lasciarsela fare in inglese?

Il signor Michele e la giovinetta ripresero di malavoglia il loro dialogo in italiano, ma non era più la stessa cosa. Non più quello scoppiettìo di domande e risposte, non più da parte della Matilde quei graziosissimi errori di pronunzia e di sintassi, e da parte del signor Arsandi quelle correzioni piene di garbo e di benevolenza, non più le frasi lusinghiere, non più le allegre risate. Si mieteva nel campo neutro della stagione, del clima, dei passatempi della villeggiatura, della malattia del baco da seta e della crittogama. Di tratto in tratto la conversazione languiva e c'era qualche secondo di silenzio.