—È facile. Le idee sono cresciute in maniera che non vi sono più entrate che bastino. Ogni ragazza, per modesta e discreta che sia, porta seco l'indivisibile compagno del Regno d'Italia, il deficit.
—Esagerazioni. C'è di vero una cosa sola, che la situazione della piccola borghesia è ogni giorno più difficile... Ma vostra nipote può mirare ben più in alto...
—All'aristocrazia forse? Peggio. Fumo senza arrosto. Alla banca? Peggio ancora. Non mi fido dei dividendi.
—A sentirvi, vostra nipote dovrebbe finire coll'andar monaca.
—Dio guardi. Il Parlamento italiano non ha fatto altro di buono che sopprimere le corporazioni religiose. È vero che con la sua logica ordinaria dopo averle soppresse le ha lasciate sussistere. In ogni caso, monaca no.
—E allora?
—Il Signore provvederà. Del resto io c'entro poco. È una faccenda della Matilde e di sua madre. Io non sono che un membro del consiglio di famiglia. Mia sorella ha idee bizzarre. Vuole l'araba fenice. Un bel giovane, ricco, ben educato, intelligente, un poco ambizioso, ecc. Se avete un partito da offrirle, eccola che viene, anzi eccole, perchè c'è pure la Matilde.
—Dove?
—Là, dall'altra parte del giardino—rispose Gustavo segnando col dito.—Non ci vedono perchè sono infatuate a discorrer fra loro. Adesso sono nascoste dietro una macchia di lauri. Ricompaiono un istante... Spariscono di nuovo perchè scendono la collinetta... Fanno certo il giro del lago e quindi non le incontreremo che di qui a tre o quattro minuti... Avete tempo di prepararvi.
La signora Amalia stava scandagliando il cuore di sua figlia. Il dialogo era naturalmente caduto sul nuovo ospite, che la Matilde trovava compito, amabilissimo, un vero gentiluomo, e di un aspetto così giovanile da non potersi comprendere come egli avesse un figliuolo di ventidue anni.