—Non mi ritirerei se non in un caso—replicò questi—che il professore volesse montare in vece mia.

—Discorsi senza sugo—brontolò il Benvoglio facendo due passi indietro.

La Lilì s'era intanto ricomposta alla solita calma. Ella era in mezzo al prato, ritta sui garretti, con la testa immobile e con l'aria mite e benevola della più docile bestia del mondo.

—Ah gesuitessa!—mormorò lo stalliere passandole la mano sulle orecchie.

In un batter d'occhio il signor Michele inforcò il malfido animale. La Lilì rinnovò immediatamente la manovra che le era così ben riuscita col suo primo cavaliere; poi, vistasi fallire il colpo, cambiò tattica e s'impennò sulle zampe posteriori, tantochè il signor Michele, per non perdere l'equilibrio, dovette piegarsele vivamente sul collo. Superata la seconda crisi non fu però vinta la lotta, chè il cavallo ricorse a tutte le insidie e a tutte le sorprese le quali valessero a liberarlo dall'incomodo fardello.

Gli spettatori seguivano con attenzione intenta le vicende di questo duello, la signora Amalia un po' inquieta, la Matilde un po' pallida, il Martelli, il Benvoglio e lo stalliere animati dall'umano desiderio che il signor Michele pagasse il fio della sua tracotanza.

Il professore continuava ad evocare le sue ricordanze classiche:

Ardon gli sguardi, fuma
La bocca, agita l'ardua
Testa, vola la spuma...

Dopo un paio di minuti la battaglia fu decisa. La Lilì s'accorse che aveva trovato una mano capace di domarla, e ansante, molle di sudore, ristette da ogni ulterior resistenza. Il signor Michele la condusse fuori dello strato erboso sopra uno dei sentieri di ghiaja, e tenendo le briglie con una sola mano si levò con l'altra il cappello a modo dei cavallerizzi, e salutò cortesemente il suo pubblico, quindi mise al trotto il quadrupede.