Il convoglio si fermò sotto la tettoia della Stazione. Si scambiò una stretta di mano fra chi restava e chi scendeva, e il conduttore tornò a chiudere lo sportello lasciando soli padre e figlio.

Ciò però non li rese molto loquaci. Il giovine volle vedere il nome del signore che se n'era andato e disse poi in inglese:—Un gran chiacchierone.—Indi lodò la bellezza delle colline tra Verona e Vicenza e si rimise a guardar fuori del finestrino. Poi, calando la sera, egli si rannicchiò nel suo cantuccio e andò via via sonnecchiando.

Non dormiva invece suo padre; con la testa appoggiata ai guanciali del sedile contemplava i globi di fumo mandati dal suo sigaro e correva col pensiero agli anni fuggiti.

Dopo Mestre toccò a lui a guardar fuori della finestra. E al lume della luna, che di tratto in tratto si faceva strada fra i nuvoli, vide Marghera, l'eroica, la memoranda Marghera. E ricordò la grandine di palle rovesciatasi sovr'essa nel maggio 1849 e gli amici mortigli a fianco e lo spirito di sacrifizio e di fratellanza che animava capi e soldati. Ricordò la malinconica sera, quando, reso impossibile ormai il resistere, il sottile manipolo dei difensori con le scarpe rotte, cogli abiti sdrusciti, col viso annerito dalla polvere e dal fumo, diede un ultimo addio a quegli spalti squarciati, a quelle casematte arse, a quei quartieri distrutti, e, non visto dal nemico, sfilò silenzioso pel ponte riportando a Venezia il saluto di quelli ch'erano caduti. E nella città, che angoscie quella sera, che pianti, che baci di sorelle, di fidanzate, di spose, di madri! E anch'egli aveva visto illuminarsi al suo comparire un pallido e bellissimo volto, e aveva sentito una mano bianca e gentile tremar nella sua mano incallita. Ahimè! da venticinque anni egli non rivedeva più quel bel viso, egli non toccava più quella mano! E in venticinque anni ci aveva pensato talvolta, ma, confessiamolo, ci aveva pensato assai poco... Ora invece... ora invece, lettore cortese, abbi pazienza perchè siamo arrivati a Venezia e il signor Michele Arsandi e suo figlio Arturo devono ritirare i loro bagagli.


CAPITOLO SECONDO


Il mattino seguente il signor Michele Arsandi e suo figlio Arturo (chè così si chiamano i nostri due viaggiatori) dopo aver fatto una lunga passeggiata sulla piazza, sul molo, sulla Riva degli Schiavoni, dopo esser entrati nella Chiesa di San Marco e nel cortile del Palazzo Ducale, si erano ridotti all'albergo a farvi colazione. Ma il giovane Arturo era così entusiasmato delle cose vedute, così impaziente di ripigliare il suo pellegrinaggio per la fantastica città, che non istava fermo sulla sedia e appena tastava le vivande. Egli, poco loquace per abitudine, usciva ogni momento in esclamazioni di Bello! Bellissimo! Stupendo! e assediava suo padre di domande circa alle origini di Venezia, alla sua storia politica e artistica, ai suoi uomini illustri, ecc., ecc. Il signor Michele aveva da giovane adoperato un po' la matita e il pennello, ma non aveva mai goduto riputazione di erudito e trovava qualche imbarazzo a soddisfare la curiosità del figliuolo. Quando furono alla frutta, questi si alzò senz'altro, e disse:—Mi pare che ne abbiamo abbastanza e che si possa uscire.

—Ah—rispose il signor Michele stirando le braccia—esci quando ti piace, ma io voglio starmene un pochino in albergo. Del resto Venezia è bellissima, ma venticinque anni fa io l'ho girata per tutti i versi e posso dire che la conosco a memoria... Di me non hai punto bisogno. Pigliati la tua brava guida sotto il braccio e va intanto al Palazzo Ducale. Avrai da impiegarci tre ore buone.—Tirò fuori l'orologio e soggiunse:—Adesso sono le undici, fra le due e le tre troviamoci sotto le Procuratie.