Al giovinotto non parve vero di andarsene.

Il signor Michele risalì nella sua stanza e cominciò a disfare i bauli.—Già capisco—egli diceva fra sè—: che Arturo s'è innamorato di Venezia e non si potrà andarsene così presto.

Dopo aver riposte con molta diligenza alcune camicie nel cassetto dell'armadio, posò sul tavolino una mezza dozzina di libri.—Oh, per miracolo—egli esclamò osservando uno di questi libri legato in marocchino nero—la Kate ci ha cacciato la inevitabile Bibbia. Anche quella benedetta vecchia ha la manìa che aveva la mia consorte buon'anima, di voler convertirmi al protestantesimo... Quando poi sentirà che torno a stabilirmi in Italia, nel paese della popery! Mi par di vederla colle mani nei capelli o piuttosto nella parrucca!.... E questa qui che roba è?... Oh diamine.... il mio vecchio album.... quello che giaceva dimenticato in uno degli scaffali del mio studio. Scommetto che la Kate, dal colore, dalla legatura e dai fermagli d'ottone, lo ha preso per un altro libro d'orazioni... Basta, la Kate è a Londra e non può rispondere, nè merita la spesa di rompersi il capo per così poco.

Pure egli non potè resistere alla curiosità di ridare un'occhiata al suo album. E lo aperse dicendo:—Vediamo un po' questi scarabocchi di gioventù... Quando penso che oggi saprei appena tenere il lapis in mano!

Quelli che il sig. Michele chiamava i suoi scarabocchi erano stati fatti in Venezia negli anni 1848-49. Avevano per lo più il cosidetto color locale; in una pagina un gruppo d'artiglieri caricanti un cannone, in un'altra una veduta della laguna con le sue isolette lontane, poi una barchetta di pescatori chioggiotti, o una delle pittoresche casupole dei nostri quartieri più poveri, tutto buttato giù alla buona con quattro segni. Ma v'era una pagina ove si vedeva che il giovane artista aveva posto ogni suo studio, ove egli aveva cercato di superare sè stesso. Era una mezza figura di fanciulla fra i sedici ed i diecisette anni, bella sì, ma piuttosto bizzarramente che artisticamente bella. I grandi occhi bruni erano pieni di vita, le labbra tumidette si atteggiavano a un sorriso malizioso, e il nasetto rivolto alquanto all'insù aggiungeva alla fisionomia una tal quale espressione di canzonatura. Folte le ciglia e le chiome, quelle un po' lunghe, queste piuttosto ribelli al pettine e con qualche ricciolino, che, facendo parte da se stesso, veniva a ricader sulla fronte. Nè un nastro nè un pizzo sulla veste succinta e accollata che lasciava indovinare una certa ricchezza di forme consapevole di sè. La fanciulla pareva puntellarsi con un gomito al davanzale d'una finestra e stringendo il mento fra l'indice e il pollice reggeva la vaga testina. Non era uno dei soliti tipi e ci voleva poco ad intendere che quella leggiadra figurina era copiata dal vero.

—Per bacco!—proruppe il signor Michele dopo aver contemplato per qualche minuto il suo lavoro giovanile—la era pur bella in quel tempo l'Amalia Martelli. E non è da meravigliarsi se n'ero cotto... Nè lei mi vedeva di mal occhio... Ma i fuochi di vent'anni sono fuochi di paglia... Tre anni dopo io avevo preso moglie, ella aveva preso marito, e di tutto quell'incendio si stentava a trovare la cenere... E adesso siamo vedovi tutti e due... Oh andrò a trovarla sicuramente, son curioso di vedere s'ella si rammenta della sua prima fiamma... Tenermi il broncio non può... A rigore dovrei essere in collera io... In ogni caso il rischio è piccolo; mi farò annunziare e mi manderà a dire che non vuol ricevermi... pazienza.

E di lì ad un momento il signor Michele si trovò ritto davanti allo specchio ravviandosi i capelli e la barba con un pettinino tascabile di tartaruga.—Se le donne non hanno che gli anni che mostrano—pensava il nostro viaggiatore—che sarà degli uomini? Che sarà di me che non ho nemmeno un pelo bianco? Chi mi darebbe quarantacinque anni? Io ho tutto il diritto di sostenere che ne ho trentacinque o trentotto al massimo...—Si rifece il nodo della cravatta, infilò un altro soprabito, prese il suo bastoncino di canna d'India, e solfeggiando la marcia del Profeta, fece le scale dell'albergo in quattro salti e si avviò verso il quartiere ove un tempo dimoravano i Martelli. Egli aveva deciso di far la sua visita subito.

Non v'erano mutazioni importanti nelle strade ch'egli doveva percorrere. Qualche allargamento qua e là, qualche ponte nuovo, qualche fabbrica rifatta, in complesso piccole bagattelle da permettergli di trovare il suo cammino domandando appena un paio di volte. Egli si sforzava di sorridere e di canterellare; pur, scendendo nell'intimo del suo cuore, si sarebbe visto ch'egli era singolarmente agitato. Cosa curiosissima, ventiquattr'ore prima egli si ricordava appena che avesse esistito un'Amalia Martelli, la credeva sempre maritata e probabilmente non avrebbe neppur cercato di lei; adesso invece, dopo le notizie avute dal suo compagno di viaggio, egli aveva una gran voglia di rivederla, e sentiva un gran batticuore avvicinandosi alla casa di lei. Gli è che certe memorie possono dormire a lungo, ma quando si svegliano durano molta fatica a riaddormentarsi; gli è che il primo amore può non essere una passione intensa, ma è il primo, il più gentile, il più casto, e non v'è soffio di disinganni che lo spogli interamente del suo profumo.

Ecco il ponte dal quale il giovane artigliere soleva venticinque anni addietro veder la sua bella alla finestra nell'atteggiamento in cui l'aveva poscia ritratta a memoria nell'album, ed ecco le finestre le cui imposte verdi in questo momento eran chiuse. Ecco il terrazzo, ove, nei pochi giorni in cui non era sui forti, egli aveva conversato con lei al chiaro della luna, o, il dopopranzo, l'aveva aiutata ad annaffiare i suoi vasi di fiori. Tutto chiuso... forse a cagione del sole... Ecco la porta.

Il signor Michele suonò il campanello.—Non ci sono mica, sa—disse una fruttaiuola che aveva una bottega di fronte alla casa e ch'era loquace e officiosa come sogliono essere le nostre popolane.