La signora Pasqua capì ch’era in procinto di dir qualche cosa di contrario alla pudicizia e lasciò che i suoi interlocutori tirassero la conclusione delle sue premesse.
— Già, signora Pasqua, già, — biascicarono i due professori, alquanto stupiti che la fiera virago venisse ad ammettere implicitamente di avere un sesso. E con questo innocuo monosillabo si accomiatarono.
Cammin facendo, l’ombroso Frusti manifestò al compagno il sospetto che la signora Pasqua mirasse ad offrirsi al padrone come succedaneo della contessa Serlati.
Dalla Volpe si strinse nelle spalle. — Sei pazzo? Un mostro simile? Credi che Teofoli se ne contenterebbe?
— Eh, quando a uno si caccia nell’ossa il prurito amoroso, — replicò Frusti, — non c’è mostro che tenga. Si comincia col cercar la bellezza, si finisce coll’adattarsi a quel che si trova.... Beati quegli organismi che son maschio e femmina a un tempo.... Per loro almeno la questione è risolta.
— Sì, — rimbeccò Dalla Volpe, — sarebbe come s’io avessi mia moglie sempre attaccata. Non ci mancherebbe altro.
XVII.
E in quel giorno e nei giorni successivi ci fu a tutte l’ore un gran viavai a casa Teofoli. Venivano i colleghi e i discepoli; venivano gli amici e i semplici conoscenti; venivano, o mandavano, anche gli estranei che tenevano in pregio l’ingegno e la dottrina del professore. Alcuni privilegiati, o intimi realmente, o creduti tali dalla signora Pasqua, erano lasciati salir le scale e fatti passar nella camera da studio ch’era attigua alla camera da letto, e di dove potevano, essendo aperto dì e notte l’uscio di comunicazione tra le due stanze, scambiare con l’infermo uno sguardo, un gesto, una parola. Così, nonostante il divieto dei dottori, egli vedeva spesso qualcheduno, o colleghi, o studenti, o il rettore dell’Università, o il conservatore dell’Archivio, o il prefetto della Biblioteca, ecc., ecc. E quand’essi s’affacciavano alla soglia, egli, senz’alzar la testa dai guanciali, chiamava a sè ora questo, ora quello, mormorava un ringraziamento, chiedeva un’informazione. Una sera notò la presenza del conte Ermansi, gli fece segno di avvicinarsi, lo pregò di salutar la contessa e di assicurarla che la sua prima visita, quando uscisse di casa, sarebbe per lei. Era manifesto che o non credeva o simulava di non credere alla gravità del suo stato. Si sarebbe detto piuttosto ch’egli riteneva di attraversare una crisi benefica dopo la quale il vecchio uomo sarebbe risorto. E ch’egli aiutasse questa risurrezione con uno sforzo della volontà si capiva anche dallo studio con cui schivava di alludere ai casi e alle persone che avevano avuto una parte prominente negli ultimi mesi della sua esistenza. Un’unica volta domandò alla signora Pasqua se i Serlati si fossero fatti vivi.
— Sì, sì, mandano il servitore, — borbottò la donna con mala grazia. — Avrebbero dovuto venir loro, mi sembra.
E la signora Pasqua si mostrava disposta a continuare su questo tuono, ma Teofoli si voltò sul fianco per tentar di dormire, ciò che non gli riusciva da quando s’era messo a letto, tormentato com’era da un’ambascia ribelle a tutte le cure.