A ogni modo chi non badava che alle apparenze, chi lo vedeva conservar la sua mente lucidissima, chi lo sentiva far mille disegni per l’avvenire non sapeva capacitarsi ch’egli fosse in gran burrasca.

I medici invece tentennavano il capo sfiduciati. E alla fine della settimana uno di loro, il professore Astigiano, accennò all’opportunità di avvertir la sola parente stretta che Teofoli avesse, la sorella maritata a Roma.

La signora Pasqua che, nonostante le sue molte singolarità, era uno spirito equanime, propendeva pel sì; Frusti e Dalla Volpe, i due amici più assidui al letto dell’ammalato, propendevano pel no. — Una donna?.... — essi brontolavano. — Che cosa può far di bene una donna?... Una sorella della quale Teofoli non parla mai?... Se l’avesse desiderata l’avrebbe chiesta.

— E perchè non interrogare in proposito lui stesso?... — notò giudiziosamente qualcuno.

Qui sorsero in gran copia i ma, i se, i forse.... Ma era poi savio consiglio l’interrogarlo?... Se il toccar questo tasto lo mettesse in apprensione?... Forse si faceva peggio.

Mentre si discuteva, il maggior foglio locale, La Specula, annunziava nella sua cronaca con accento contrito che da circa una settimana l’illustre professore Clemente Teofoli, decoro della Università cittadina, decoro degli studi italiani, guardava il letto per non lieve malore. Naturalmente al triste annunzio tenevano dietro i più fervidi auguri di sollecita guarigione. L’articoletto di cronaca aveva un poscritto del seguente tenore: — “Al momento di porre in macchina veniamo assicurati esservi un sensibile miglioramento nelle condizioni dell’insigne uomo. Aumenta quindi la speranza di salvare una vita preziosa agli studi e alla patria.„

In seguito a questo articolo, riprodotto subito dai giornali più diffusi della penisola, capitarono il domani a casa Teofoli parecchi dispacci da varie parti d’Italia, e uno fra gli altri da Roma, della sorella, che domandava pronte e particolareggiate notizie.

Il telegramma arrivò appunto quando i due medici, Astigiani e Barelli, uscivano insieme dalla camera del paziente, e la risposta da inviarsi a Roma fu combinata da Frusti e Dalla Volpe d’accordo con loro. Essa era tale da lasciar ben poche illusioni a chi sapesse legger fra le righe.

In fatti il sensibile miglioramento indicato dalla Specula non esisteva che nella fantasia del cronista. Anzichè migliorare, le cose precipitavano al peggio. La paralisi polmonare accennava ad estendersi dal lato sinistro al destro, gli attacchi al cuore divenivano più frequenti, le forze scemavano, s’offuscava l’intelligenza. C’erano momenti in cui l’ammalato non riusciva nè a connetter le idee, nè a riconoscere le persone.

Nella notte successiva la febbre si esacerbò e cominciò il delirio. Teofoli parlava della sua opera sulla origine delle religioni, dei materiali che aveva raccolti e che gli permettevano di consegnare all’editore il primo volume entro un mese e il secondo entro l’anno. Poi, come se il libro fosse già stampato, passava in rassegna i probabili giudizi dei critici, discuteva con dialettica maravigliosa le obbiezioni di un avversario ipotetico. Sulle sue labbra si avvicendavano date, nomi d’autori, citazioni in lingue diverse; pareva di assistere allo scoppio d’un magazzino di fuochi d’artifizio. Ma di tratto in tratto la sua fisonomia si contraeva spasmodicamente; un pensiero che non si riferiva a’ suoi studi gli attraversava lo spirito, un nome che non aveva nulla da far co’ suoi libri e co’ suoi autori gli saliva alla bocca: — Giorgina, Giorgina. — Non l’aveva dunque dimenticata? E quando, dopo uno sforzo per alzar la testa dai guanciali, ricadeva esausto, e le sue pupille vitree, sbarrate si volgevano ostinatamente verso l’uscio aperto della sua camera da studio, guardava forse soltanto alla sua biblioteca di cui non avrebbe più toccato i volumi, alla sua tavola da lavoro di cui non avrebbe più mosso le carte? O non c’era ne’ suoi occhi l’ansietà dolorosa di chi aspetta qualcheduno che non verrà?