No, la Giorgina, s’è lei ch’egli aspetta, non verrà. Forse il suo primo impulso sarebbe stato di venire, perchè di cuore non è cattiva, perchè nutre una certa amicizia per Teofoli, quantunque gli abbia fatto tanto male (cosa ch’ella non sospetta nemmeno), ma in risposta a una sua allusione in proposito il conte Ercole le disse: — Non conviene che tu vada sola, specialmente dopo quella tua bambinata che diede da discorrere oltre al bisogno. T’accompagnerò io al primo momento di libertà. — Ed ella replicò con inusata mansuetudine: — Come vuoi. — Per disgrazia il conte era occupatissimo a cercare una nuova pariglia pel suo landau e non aveva in quei giorni un minuto disponibile. Anche la contessa era tanto tanto occupata.... a riposarsi dalle fatiche del carnovale e a prepararsi alle penitenze della quaresima.... Però ell’aveva dato ordine espresso a uno dei servi di passare ogni mattina dal professore, e, quel che più importa, quando il servo tornava dalla sua spedizione, ell’aveva l’abitudine non troppo comune di star a sentire ciò ch’egli le riferiva. Anzi un paio di volte ella esclamò: — Povero Teofoli! Quanto mi dispiace!
Il bello si è che pel solo dubbio d’incontrar la Serlati non si recava da Teofoli nemmeno la Ermansi, la quale avrebbe pur voluto portare il suo perdono in extremis all’amico che l’aveva offesa, ferita nel suo amor proprio, posposta ad una civetta. Le due donne erano ormai nemiche mortali, e la Ermansi parlando della Giorgina, diceva: — In società devo subirla; se la trovassi in casa del professore temo che mi dimenticherei d’essere una dama. — Ora, a essere una dama la contessa ci teneva troppo per non sfuggir tutte le occasioni che potevano farla discendere al grado di pedina. Rinunciò quindi al suo magnanimo proposito affidando al conte marito l’ufficio di sostituirla.
In luogo della Serlati e della Ermansi, all’ultimo momento e quando l’infermo aveva già perduto i sensi e non ravvisava nessuno, giunse la sorella Teofoli da Roma. Era una signora magra, stecchita, dalla fisonomia impassibile, d’un’età che non si sarebbe potuta determinare a prima vista. In realtà aveva dieci o dodici anni meno del fratello che studiava all’estero mentr’ella era fanciulla, che, per le necessità della sua carriera, era rimasto lontano anche dopo, e col quale ella non aveva nè analogia di gusti, nè consuetudine di vita, nè frequenza di relazioni epistolari. L’imminente catastrofe la lasciava fredda; mostrava appena quel tanto di dolore ch’era voluto dalle convenienze; aveva piuttosto l’aria dell’erede che volgendo in giro lo sguardo valuta, così a un dipresso, gli oggetti destinati a divenire in breve sua proprietà. In fondo, di tutte le persone che in quell’ora suprema s’affollavano nella casa, ell’era la meno afflitta, la meno commossa; e verso quelle persone ella provava un sentimento difficile a definirsi, un misto di stizza e di soggezione; le parevano intrusi, e nel medesimo tempo una voce le diceva che l’intrusa era lei, lei che del fratello non aveva curato la gloria, lei che ne ignorava i trionfi e le debolezze. Pure, intrusa o no, poichè la parentela le dava una larva di padronanza, ella si affrettò a far prevalere la sua volontà in un soggetto delicatissimo. Tepida credente, ma ligia alle forme, ma convinta della santità d’una massima che il suo consorte, impiegato superiore al Demanio, amava spesso ripetere: bisogna far sempre quello che fa la maggioranza; ella si scandalizzò altamente che Teofoli si fosse ridotto a quel punto senz’adempiere alle pratiche di buon cattolico. Che poi egli fosse vissuto sempre fuori d’ogni religione positiva, che avesse ne’ suoi scritti e ne’ suoi discorsi sostenuto dottrine razionaliste erano piccolezze che alla brava signora non importavano affatto; le importava soltanto ch’egli uscisse dal mondo, per dir così, con le sue carte in regola. Mandò quindi lì per lì a chiamare un prete. Costui, un po’ per sincero zelo religioso, un po’ per il vanto di ricondurre in grembo alla Chiesa l’illustre professore Teofoli, accorse subito, e non fu colpa sua se mentr’egli saliva le scale l’illustre professore Teofoli esalava l’estremo sospiro. Però la Curia fu di manica larga, tenne conto al morto del buon volere manifestato da chi rappresentava la famiglia e si mostrò ben lieta di accompagnarlo con le sue preghiere e di avvolgerlo nello sue pompe. Alcuni arricciavano il naso, protestavano contro questa specie di violenza postuma usata ad un uomo di cui erano notissime le opinioni, e Dalla Volpe in particolare schizzava veleno pensando che la cosa avrebbe fatto piacere a sua moglie. Ma già conveniva piegare il capo, perchè in mancanza di qualsiasi disposizione del defunto non c’era chi avesse diritto di opporsi all’autorità della sorella. Del resto, anche molti indifferenti, molti scettici davano ragione a lei; dicevano ch’ell’aveva fatto benissimo, che non c’è il prezzo dell’opera a singolarizzarsi per questioni di forma, e che i funerali religiosi sono più belli dei funerali civili.
XVIII.
Un pallido sole d’inverno illumina lo studio del professore Teofoli, ove s’affollano, in quella fredda mattina di febbraio, i colleghi, gli amici, i discepoli, tutti vestiti a bruno, tutti tristi e compunti, alcuni con le lacrime agli occhi. Gl’intimissimi, quelli che si sentono abbastanza sicuri de’ propri nervi, entrano un istante nella camera attigua, danno un silenzioso saluto al defunto, composto nella bara non ancora chiusa, irrigidito, non sformato però dalla morte, anzi con un’espressione calma, serena, tranquillamente meditativa che la sua fisonomia aveva perduto già da gran tempo. Forse egli aveva finito col vincere la sua battaglia, con lo scacciar da sè le immagini lusinghiere, le illusioni fallaci, forse, com’egli voleva, il vecchio uomo era risorto.... Ma non c’era risorto che per morire.
Nello studio regna il disordine pieno di vita delle stanze abitate fino a ieri; libri dappertutto; negli scaffali, sulla tavola, sulle sedie; giornali sparsi qua e là alla rinfusa; quaderni ammonticchiati; fogli manoscritti interrotti a metà di una linea, a metà di una parola come per una chiamata urgente, improvvisa. E il tagliacarte d’avorio fra una pagina e l’altra d’un nuovo volume, e il calamaio aperto con gli orli ancora gocciolanti d’inchiostro, e la penna gettata negligentemente sul calamaio e aspettante d’esser ripresa dalla mano che l’ha deposta. Pendono dalla parete le solite fotografie di celebri italiani e stranieri. Pendono e guardano. Videro per anni e anni, dall’alba a notte inoltrata, il professore Teofoli intento nei suoi lavori, ora esaltato dalla febbre della creazione, ora assorto nelle minuzie dell’indagine, ora lieto, ora mesto, di quella gioia vereconda, di quella mestizia pacata ch’è propria di chi ha un unico amore, la scienza. E per anni e anni videro, soltanto in nome della scienza, aprirsi le porte del santuario, e udirono suonar solo di dispute scientifiche il luogo quieto e raccolto. Ma videro anche più tardi sulla fronte pensosa del filosofo scender l’ombra di una cura nuova e diversa, lo videro meno assiduo all’opera, meno paziente nella ricerca, meno sollecito verso coloro che venivano ad attingere alla ricca fonte della sua dottrina. Sin che un giorno, in quel fido asilo di studi, irruppe un gaio folletto in cappellino color marrone, pelliccia e manicotto, scompigliò i libri e le carte, spargendo intorno a sè profumi acuti e sorrisi inebbrianti e promesse inadempiute di arcane dolcezze. Sorrisero forse anch’essi gli illustri uomini pendenti in effigie dalla parete, ma il professore Teofoli non sorrise più, non trovò più conforto, non ebbe più pace. E adesso gl’illustri uomini guardano s’egli esca dalla sua camera ov’entrò una mattina livido e sfatto, se riprenda con animo sereno le sue occupazioni.
Sì certo ch’egli escirà dalla sua camera. N’esce chiuso fra quattr’assi, sulle spalle di otto giovani della facoltà di lettere che non vollero cedere a mani mercenarie l’onore di portare almeno fino alla chiesa il loro diletto maestro. Attraversa un’ultima volta lo studio, attraversa l’andito ove la signora Pasqua si stempera in pianto, fa una breve sosta giù nel vestibolo terreno per lasciare che si formi il corteo. A un dato segnale, la musica cittadina apre la marcia intuonando funebri salmodie; subito dopo, la scolaresca coi bidelli in gran tenuta e il gonfalone dell’Università velato a bruno, e varie Associazioni con le rispettive bandiere. Poi viene il clero della parrocchia, poi il feretro ch’è coperto di ghirlande e i cui cordoni sono tenuti dal rettore dell’Università, dal sindaco, dal consigliere delegato di Prefettura, dal presidente dell’Istituto di scienze e da quattro professori tra i quali Frusti e Dalla Volpe. Seguono in massa gli altri colleghi del corpo insegnante, compresi quelli che non costumano di far lezione, e dietro a loro rappresentanze d’ogni specie e cittadini d’ogni ordine, senza contare i semplici curiosi, senza contare lo stuolo delle vanità che assistono ai funerali nella speranza di veder citati i loro nomi dai fogli. Il corteggio passa in mezzo a una doppia fila di popolo rispettoso; si parla del morto, se ne ricordano le abitudini semplici, se ne lodano i modi gentili. — Un così brav’uomo, e così privo di boria, — dice qualcuno. Indi corre per le bocche la leggenda della contessa. — Era vero che una donna, una contessa gli aveva fatto girar la testa? Era vero che per seguirla di qua e di là egli s’era rovinato la salute? — Ma sì, ma sì, era vero, verissimo. E la contessa era quella Serlati ch’era venuta ad abitar la città nell’inverno, e che si vedeva dappertutto. — Una bellezza! — Questo sì.... Ma che civetta! — E poi così giovine!... Come mai il professore Teofoli non ha capito che quello non era pane per i suoi denti?
In chiesa c’è già una cinquantina di persone, nomini e signore, che aspettano. Fra gli uomini il marchese di Montalto, mister Gilbert che s’è fatto male a un piede e cammina a fatica, Monsieur de la Rue Blanche ch’è appena tornato da una gita a Firenze; fra le signore, oltre a parecchie mogli di professori, la Ermansi, la Roncagli, le due Gilbert, zia e nipote, la tanto nominata Serlati. La Ermansi, sinceramente afflitta per la perdita dell’antico frequentatore del suo salotto, slancia occhiate velenose alla Serlati alla quale ella attribuisce la colpa della catastrofe; dal canto suo, la bella Giorgina, le mille miglia lontana dal sentirsi rea del delitto di cui la si accusa, rimane impassibile sotto i fulmini della matura contessa ed esamina attentamente miss Gilbert, la sola donna che potrebbe rivaleggiare con lei. Ella conchiude però di non aver nulla da temere nemmeno da miss Gilbert, ch’è troppo magra e non sa vestirsi, mentr’ella, la Serlati, ha anche oggi una toilette da lutto che le sta a pennello.
Queste considerazioni sono interrotte dall’arrivo del funerale. E durante tutta la cerimonia il contegno della Serlati è ammirabile. Ella non sbadiglia, non chiacchiera con le vicine, non consulta troppo spesso l’orologio; bensì, a un certo punto, non potendone più dal caldo prodotto dalla gente e dai lumi, alza il velo che le nascondeva la faccia. Nessuno ha l’obbligo di morir soffocato. Allora, non c’è che dire, quegli uomini, giovani e vecchi, si turbano, si distraggono; una fiamma passa nei loro occhi, un fremito agita le loro membra, una parola si forma loro sulle labbra, una parola non pronunziata ma che la Giorgina sente lo stesso: — Bella, bella! — Soltanto Frusti e Volpe conservano un atteggiamento di fiera protesta. E quando il feretro è portato fuori di chiesa, issato sul carro funebre che lo condurrà al cimitero, passando per l’Università ove si pronunzieranno i discorsi, Frusti arringa con piglio iracondo un gruppo di scolari intenti a guardare estatici la Serlati che monta in carrozza. — Non vi curate delle femmine, disgraziati che siete. La migliore di esse, e quella lì è una delle peggio, non merita da noi il sacrifizio d’un’ora, d’un pensiero.... Ogni minuto che diamo alla donna è tolto alla nostra pace, alla nostra salute, a quelle pure e schiette gioie intellettuali che valgono più di tutti i baci d’una sirena.
Mediocremente persuasi di questa sentenza, gli studenti sorridono sotto i baffi.