Ma il Rettore, ch’è un uomo di molto buon senso, posa la mano sulla spalla del focoso collega. — Via, via, Frusti, lasciate che i giovani sian giovani.... In certe materie, credetelo, gli studenti hanno maggior competenza dei professori....

— Bravo, — replica ironico lo storico di Carlo V e Francesco I, — difendete anche voi il cosidetto sesso debole.... Mi sembra che l’esempio del povero Teofoli....

— L’esempio del povero Teofoli non calza, — interrompe il Rettore. — Teofoli ha avuto il torto, o la disgrazia, d’innamorarsi a cinquant’anni passati; e d’innamorarsi d’una persona che non gli conveniva sotto nessun rapporto. Era una cosa fatta fuori di tempo e fuori di posto, e le cose fatte fuori di tempo e fuori di posto non possono andare che male.

Forse queste semplici e savie parole riassumono tutta la filosofia del nostro racconto.

IL SALOTTINO GIAPPONESE.

Giorgio Ceriani, capo della ricchissima ditta G. Ceriani e C.º, era in gondola scoperta, insieme con due amici forestieri ch’egli conduceva a desinare al Lido, sulla terrazza dello Stabilimento dei Bagni. Nell’ultimo tratto del Canal Grande, quello che va dal Ponte dell’Accademia fino al Molo, egli alzò gli occhi verso la finestra d’angolo d’un palazzo gotico, e salutò qualcheduno che gli rese il saluto.

— Che palazzo è? — chiese uno dei forestieri.

Giorgio Ceriani disse un nome patrizio e soggiunse: — Questi erano gli antichi proprietari. Adesso però il palazzo appartiene al cavaliere Roberto Prosperi, che fu già mio principale ed è ora mio socio accomandante.

— Ha liquidato la sua casa?

— Oh, da un pezzo.