— Pur troppo.... Senza esser pazza.... ha un’idea fissa, un’impressione, un ricordo incancellabile.
La curiosità dei due amici era stuzzicata. Ma Giorgio Ceriani tenne fermo a non volerla appagare sin dopo il pranzo. Allora avvicinando la sedia al parapetto della terrazza verso il mare, ove gli ultimi raggi del sole coloravano le vele delle barche peschereccie, principiò il suo racconto che noi riproduciamo qui quasi testualmente.
I.
Non sono che dieci anni. Ero nel banco Prosperi da qualche tempo, addetto alla corrispondenza in lingue straniere.
Quantunque il più giovine e l’ultimo arrivato dei commessi, ero trattato con distinzione speciale; forse conferiva al mio credito la conoscenza delle lingue, forse s’era scoperta in me qualche attitudine per gli affari, forse il mio carattere inspirava fiducia. Fatto si è che non mi si nascondeva nulla, e che nelle operazioni importanti il principale chiedeva spesso il mio parere. Ero stato anche due o tre volte a pranzo su in casa, e la signora Agnese s’era mostrata gentilissima meco. Ma la sua era una gentilezza fredda, un po’ altera, ben diversa da quella del marito. I miei colleghi non l’amavano; dicevano ch’ella non era donna adatta pel signor Roberto, ch’ella aveva gusti troppo raffinati, troppo aristocratici, e che a lui sarebbe convenuto di prender per moglie una figliuola di negozianti con mezzo milione di dote, invece di questa che gli aveva portato pochissimo e che senza esser nobile aveva tutti i fumi della nobiltà. Però quelli che si ricordavano del matrimonio (e non ci voleva molto a ricordarsene perchè il matrimonio datava solo da sei anni) dovevano riconoscere che il signor Roberto e la signora Agnese s’erano sposati per inclinazione e che difficilmente si poteva vedere una coppia più bella e più innamorata. Adesso l’amore durava in uno solo dei coniugi, nel signor Roberto, ed era un amore ardente, appassionato, un amore a cui non sarebbe parso grave alcun sacrifizio pur di riconquistare quel cuore che gli sfuggiva. Del resto, nessun’altra accusa seria, tranne quella di ricambiare con un riserbo gelato tanta tenerezza, si faceva alla signora Agnese. Non era nè vana, nè civetta, nè esigente; se non trovava la felicità nella sua casa non la cercava di fuori. — Ah se avesse avuto figliuoli! — esclamava qualcheduno. E l’esclamazione coglieva nel segno.
Ho detto che non era esigente. Guai se fosse stata! Ogni desiderio di lei era una legge pel marito; e non soltanto i desideri espressi palesemente, ma anche quelli appena adombrati, ma anche quelli supposti. Uomo savio com’era, il signor Roberto, per compiacerla, avrebbe dato fondo al suo patrimonio.
Fu appunto per soddisfare uno di questi desideri sfuggitole dal labbro ch’egli mi consegnò una mattina una lunga nota tutta di suo pugno pregandomi di tradurla in inglese e d’inserirla nella lettera ch’io dovevo scrivere il giorno stesso ai nostri corrispondenti di Hiogo nel Giappone, i signori James Holiday e C.º. Noi avevamo in corso coi signori Holiday un grossissimo affare; un’importazione di 60 mila sacchi di riso da loro acquistati per nostro conto e ch’essi dovevano caricare appena arrivasse a Hiogo il vapore inglese King Arthur, capitano George Atkinson, che in quel momento si trovava a Venezia e che avevamo noleggiato apposta. Ma la nota consegnatami dal principale si riferiva a cosa affatto diversa. Essa conteneva la preghiera, rivolta in particolare a M.r James Holiday, che i Prosperi avevano conosciuto due anni addietro in un suo viaggio in Europa, di comperare e spedire per mezzo del King Arthur tutto l’occorrente per arredare alla giapponese un salottino di cui s’indicavano le dimensioni e si univa la pianta. Si fidava nel buon gusto di M.r Holiday lasciandogli mano libera per la scelta degli oggetti, e dandogli per la spesa il limite approssimativo di mille a milleduecento sterline. Questo importo doveva essere aggiunto a quello del riso e compreso nelle tratte con cui i signori Holiday si sarebbero rimborsati del loro avere sui banchieri di Londra Eliot, Green e Cº.
Naturalmente, io dissi che mi sarei accinto subito al lavoro.
— Procuri di aver spicciato la posta per le due — ripigliò il signor Roberto. — Vorrei che mi accompagnasse a bordo del King Arthur. Devo parlare col capitano, ed ella sa che l’inglese non è il mio forte e che mi è sempre utile di avere un interprete.... A proposito, — egli soggiunse dopo una breve pausa, — verrà con noi anche mia moglie che non ha mai visitato un gran vapore mercantile.
Alle due in punto la signora Agnese era in banco in cappellino e mantiglia, col ventaglio appeso alla cintura e con un ombrellino di seta rossa in mano.