Il principale mi chiamò: — Ha scritto quella lettera a Hiogo?
Io feci col capo un segno affermativo.
— Abbia la cortesia di portarla qui — seguitò Prosperi — e di leggere a mia moglie la parte che concerne il salottino giapponese.
Andai a prendere il foglio e cominciai la mia lettura traducendo dall’inglese in italiano.
La signora Agnese sorrise. — Legga pure nell’originale. Capisco abbastanza.
Dovetti compiacerla, benchè mi seccasse questa specie di esame di pronuncia. Ella mi porse un’attenzione benevola, e quand’ebbi finito mi indirizzò qualche frase gentile circa alla mia facilità di scrivere e parlare le lingue straniere. Però (e si rivolse a suo marito) aveva delle obbiezioni di massima. È vero, ell’aveva detto, che rimettendo a nuovo alcune stanze del palazzo si sarebbe potuto fornire di ninnoli giapponesi il salottino d’angolo, ma l’aveva detto così di volo, non sognandosi nemmeno che si trattasse d’una spesa grave. Venticinquemila lire e più per un salottino!... Era una pazzia.... No, no, ella ne avrebbe rimorso per tutta la vita.
Il signor Roberto che s’era levato da sedere le mise una mano sulla bocca pregandola di non insistere. La pazzia, s’era tale, la faceva lui; ella non aveva fatto che dar forma a un’idea ch’egli ruminava già da due anni, da quando M.r Holiday era stato a Venezia. Non si sgomentasse della spesa; l’ultimo bilancio s’era chiuso con un utile di oltre mezzo milione, e permetteva di levarsi qualche capriccio.
Come conclusione di questo discorso il signor Roberto mi tolse di mano la lettera, la firmò, e mi ordinò di portarla nella stanza vicina perchè la copiassero e la mandassero immediatamente alla posta. — Cosa fatta, capo ha, — egli disse. — E adesso non perdiamo tempo. Ceriani, è pronto?
Di lì a poco scendevamo tutti e tre la scaletta che dal banco metteva nell’entratura, una lunga entratura di palazzo veneziano, con la riva da una parte e un ampio cortile dall’altra.
Io guardavo con maggior attenzione dell’usato la giovine coppia che mi stava dinanzi; due belle persone, ma due tipi affatto diversi. Egli alto, largo di spalle e di torace, ben piantato sulle gambe nervose, bruno d’occhi, di capelli e di barba, di carnagione rosea che si coloriva forse un po’ troppo intensamente dopo il pasto, dopo una passeggiata, nel calore d’una discussione; insomma un temperamento sanguigno esuberante di forza e di vitalità. Ella, pallida, bionda, magra: un profilo di cammeo sopra un corpo di silfide; capelli lisci e finissimi spartiti regolarmente sulle tempie e avvolti in treccia dietro alla nuca, grandi occhi azzurri dalla guardatura un po’ incerta e fantastica, piedi e mani che uno scultore avrebbe preso volentieri a modello; nel complesso un impasto di correttezza classica e d’idealità romantica.