Si montò in gondola. Quantunque non fossimo che alla metà di marzo era una temperatura da primavera inoltrata, e la gondola aveva, anzichè il felze nero e opprimente, una elegante tenda di raso a frangie. Arrivammo in dieci minuti nel Canale della Giudecca, forse meno gaio, meno artistico di quello di San Marco, senza lo sfondo superbo del Palazzo dei Dogi e della Piazzetta; non meno bello però nè meno pittoresco nella doppia linea delle Zattere e della Giudecca, quelle rivolte al mezzogiorno, questa un po’ in ombra, un po’ severa, un po’ triste, se non fossero i rii che la traversano e che lasciano vedere da lontano sotto gli archi dei ponti i muricciuoli degli orti incoronati d’allegra verdura, e di là dall’Isola un altro e più ampio tratto di laguna anch’esso riscintillante ai raggi del sole. E in questo Canale, più assai che nel bacino di San Marco, s’agita e ferve, piccolo o grande che sia, il commercio marittimo di Venezia, e a tutte l’ore si vedono bastimenti a vela e piroscafi andare, venire, o cullarsi indolentemente sull’onda come se posassero dalle fatiche del viaggio.

Il giorno della nostra visita al King Arthur c’era un insolito movimento. Mi ricordo che passò a poca distanza da noi, mandando un urlo rauco e prolungato come un gemito di belva ferita, un vapore inglese, vuoto, enorme e mostruoso, con quasi tutto lo scafo fuori dell’acqua; intorno a un altro della Navigazione italiana arrivato appena s’affollava uno sciame di barche e battelli; da un terzo, ancorato in mezzo al Canale, si scaricava il carbone facendolo scendere nelle peate per un piano inclinato e sollevando un nembo di polvere scura o densa; uno dei grossi navigli della Peninsulare, di quelli che si spingono direttamente a Bombay e Calcutta, pronto a salpare prima di notte, levava già le ancore e fumava dalla caminiera. E quanto più ci avvicinavamo alla Giudecca, ov’era ormeggiato il King Arthur, tanto più spesseggiavano i legni e tanto più cauta doveva proceder la gondola per non urtar nelle catene e nei gavitelli.

Durante il tragitto il signor Roberto parlò quasi solo. Parlò di quest’importazione di riso giapponese, la prima che si facesse in Italia, e del profitto e dell’onore ch’egli sperava trarne. Disse dei gran passi che s’eran fatti a Venezia, dopo il 1866, a dispetto dei pessimisti e dei denigratori di professione, e rammentò i tempi quando, per ogni prodotto di regioni lontane, si doveva ricorrere al mercato di Londra. Se ci fossero altri dieci negozianti che avessero il suo spirito d’iniziativa, — egli soggiunse con legittimo orgoglio, — Venezia sarebbe la prima piazza d’Italia.

Nelle pause del suo discorso lo sguardo del signor Roberto cercava quello di sua moglie, e più d’una volta la sua mano si posò sulla mano di lei. Io notai a due riprese ch’ella, quand’era possibile, sfuggiva il contatto, e questa mal celata ripugnanza per un uomo di cui ell’era l’idolo offendeva in me il sentimento della giustizia e dell’equità. Andavo persuadendomi che la scarsa simpatia dei miei colleghi per la signora Agnese non era infondata.

La scala si fermò ai piedi della scaletta del King Arthur, in cima alla quale il capitano Atkinson stava ad aspettarci. Era un uomo di mezza età, di tinta olivastra, di statura giusta e lineamenti regolari, con un’espressione di malinconia nei grandi occhi grigi. Tutto sommato, un bell’uomo, dall’aria distinta e signorile, ma uno di quelli che a guardarli non mettono di buon umore. Del rimanente, la sua tristezza si spiegava col fatto che gli era morta alcuni mesi addietro a Londra, mentr’egli viaggiava nei mari dell’India, una moglie giovine e adorata. Egli ne portava il lutto e ne’ suoi abiti neri pareva un policeman, o un impiegato delle pompe funebri.

Taciturno per indole e ancor più taciturno dopo la disgrazia che l’aveva colpito, quel giorno però il capitano Atkinson si sforzava di esser loquace e faceva con perfetta cortesia gli onori del suo bastimento, conducendoci a visitarne tutte le parti, dal ponte del comando alla stiva, dalla cucina alle macchine, prendendo per mano la signora Agnese nei punti difficili e rispondendo con molta chiarezza alle sue domande sul meccanismo dell’elica, sull’orario di bordo, sui segnali, sul carico e lo scarico delle merci. M’accorsi ben presto che la signora Prosperi non solo capiva l’inglese, ma lo parlava speditamente, con un fraseggiare elegante, con una pronuncia corretta. Ell’avrebbe potuto quanto me e meglio di me servire d’interprete a suo marito. Compiuto il giro del naviglio, il capitano Atkinson ci fece entrare in un salottino addobbato con molto decoro ch’era attiguo alla sua cabina e ove erano preparati abbondanti rinfreschi. Io approfittai di questo momento per comunicare al capitano certi desideri del mio principale circa a qualche piccola modificazione da introdursi nei ventilatori, e stavo scrivendo una noterella in proposito da lasciare a bordo, quando s’intese un lieve rumore nella cabina. Master Atkinson si alzò, aperse adagio l’uscio e diede un’occhiata attraverso lo spiraglio. Poi tornò indietro con un sorriso sul labbro, un sorriso che faceva uno strano effetto in quel viso triste, e disse: — C’è la mia bimba di là.... Dorme come un angelo e Tom la veglia.... il mio cane di Terranuova. Era lui che aveva urtato un mobile.... Quando c’è lui è come se ci fossi io.

— Ha una bimba con sè? — esclamò la signora Agnese. E nel far questa semplice interrogazione un vivo incarnato le si diffuse sulle guancie.

Egli chinò il capo affermativamente. — La mia unica figliuola.... L’ho presa a bordo poche settimane fa, quando partii da Londra.... È orfana di madre.... Con chi starebbe?... Di qui a qualche tempo forse la metterò in un collegio.... Adesso è troppo piccina.... Ha cinque anni.

Il capitano Atkinson, commosso, levò gli occhi verso la parete da cui pendevano due fotografie; quella del King Artur, e un’altra più piccola, difesa da un vetro e inquadrata in una cornice di legno, d’una donna giovine, bionda, dall’aria gracile, una di quelle fisonomie dolci che si raccomandano.

— Oh me la faccia conoscere la sua bambina, — supplicò la signora Agnese.