Gli promisi d’andare, ma non andrò. Sua moglie è una superba che dopo le nostre disgrazie si degnò appena di guardarci; chi sa con che aria di protezione mi accoglierebbe! Io credo che non rivedrò più nemmeno il buon dottore.... Fu proprio un caso ch’io l’abbia incontrato oggi.

È curioso! Anche senza lasciar la patria, ci son tante cose e tante persone che a poco a poco si dileguano dai nostri occhi e dalla nostra memoria. Eppure, persino di quelle indifferenti, persino di quelle moleste è triste il dover dire: le vedo per l’ultima volta!

Il dottore Negrotti mi mise una pulce nell’orecchio con quella sua domanda se Odoardo sia rimasto scapolo. In vero, chi mi assicura che mio fratello non prenderà moglie più tardi? E allora che vita mi si preparerebbe?


Domenica, 6 giugno.

Venticinquesimo anniversario della morte di Cavour, e festa dello Statuto! Sarà l’ultima a cui avrò assistito. Dopo qualche tempo passato laggiù fra i barbari mi ricorderò appena chi fosse Cavour e che cosa significhi questa che chiamiamo a ragione la festa nazionale. O belle bandiere, belle bandiere tricolori che ho viste oggi sventolar sulle antenne di San Marco, non dovrò vedervi più mai!

Chi sa che anche il colonnello Struzzi, se fosse nei miei panni, in procinto di abbandonar per sempre l’Italia, non proverebbe una commozione uguale alla mia!

Stamane, mentre il cannone tuonava da San Giorgio, il colonnello tuonava dalla sua camera. Era pieno di stizza per lo spreco di polvere che si faceva da un capo all’altro della penisola, s’arrabbiava con sè stesso che aveva potuto prender sul serio simili bambocciate, e perfino dopo essere stato messo in pensione aveva continuato per due o tre anni a vestire in questo giorno la sua uniforme e a sfoggiare le sue medaglie. Ma oramai egli lasciava che lo stato maggiore della territoriale si pompeggiasse nelle sue spalline e facesse batter sui ponti le sciabole; non voleva aver da restituire il saluto militare a quegli ufficialetti da burla venuti su come funghi dai negozi della Merceria e dai caffè della Piazza.

La Gegia, la solita confidente del colonnello, uscì dalla camera intontita: — Creda a me, signorina — ella mi disse — quell’uomo finisce matto.

Non so s’egli finirà matto; è certo che impazzirebbe chi dovesse viver sempre con lui. Ed è certo altresì che il possedere un carattere allegro è la più grande fortuna che ci possa esser concessa.