Il signor Roberto abbozzò un triste sorriso; uno di quei sorrisi che sono tanto vicini alle lacrime.
Ricordata al capitano Atkinson la promessa di venir a colazione la mattina dopo con l’Ofelia, lasciammo il bastimento. Nel ritorno le parti erano invertite. Prosperi taceva, la signora Agnese, trasfigurata d’aspetto, spiegava un’insolita facondia. Ma non parlava che d’una cosa, la sola che le fosse rimasta impressa tra le molte vedute; parlava di quell’orfanella vegliata amorosamente da quel cane di Terranuova.
Nello smontar dalla gondola ella mi disse: — Badi che aspetto anche lei domattina a colazione.
II.
L’indomani il capitano Atkinson portò a casa Prosperi un commensale non invitato, il cane Tom, dal quale l’Ofelia non s’era voluto staccare a nessun costo. Il capitano riconosceva francamente di non aver preveduto questa difficoltà; all’ultimo momento, piuttosto di lasciar la figliuola a bordo o di trascinarsela dietro per forza tutta ingrugnata o piagnucolosa, egli s’era preso la licenza di accompagnare l’animale della cui condotta osava farsi mallevadore. Infatti Tom si conduceva assai meglio della sua padroncina che sulle prime rifiutava il cibo e si nascondeva ostinatamente il viso fra le mani dichiarando di voler andar via. Tom invece, seduto come il solito sulle gambe posteriori, assisteva alla scena con la gravità d’un filosofo nemico d’ogni escandescenza, ma disposto a perdonar molto all’infanzia.
Questi capriccetti dell’Ofelia empivano di confusione Master Atkinson che si sentiva impotente di fronte alla sua piccola tiranna. Ah, se avesse supposto una cosa simile non avrebbe certo accettato l’invito.
La signora Agnese, gaia, serena come non l’avevo mai vista, gli ripeteva per confortarlo: — Lasci fare a me.
E con lo moine, con le carezze, con le rampogne scherzevoli, con tutte quelle arti gentili di cui effettivamente gli uomini non hanno neppure l’idea, ella riuscì a poco a poco a quetar la bambina. A colazione finita, l’Ofelia era già divenuta amica della bella signora che le parlava così bene nella sua lingua, con una voce così dolce, con modi così persuasivi. Tantochè, quando la signora Agnese le domandò se voleva andar con lei sola nel giardino, ella rispose tosto di sì...: facendo però una riserva mentale relativamente a Tom. Di questa riserva la signora Agnese s’accorse per un certo sguardo che la fanciulla rivolse all’animale, e disse pronta: — Ah, Tom può venire.... Voi altri ci raggiungerete più tardi, — ella soggiunse, indirizzandosi a noi.
— Che buona mamma sarebbe stata l’Agnese! — sospirò il signor Roberto appena sua moglie fu uscita dal salotto. Poi cambiò argomento e ci offerse dei sigari e del cognac.
Parlammo di viaggi. In Giappone il capitano Atkinson non c’era mai stato; era stato un paio di volte a Singapore e credeva di dovervi tornare nell’autunno a farvi un carico di pepe per l’Inghilterra. Già egli calcolava di esser a Venezia col riso entro il mese d’agosto, onde nella prima metà di settembre avrebbe potuto rimettersi in cammino. Il King Arthur era uno dei vapori più rapidi della marina mercantile inglese.