Ripensandoci molto tempo dopo, notai che Master Atkinson discorreva volentieri del periodo più recente della sua carriera, ma schivava ogni allusione ad un passato lontano.

Di lì a mezz’ora, scendemmo anche noi in giardino. Il nome era pomposo: in realtà, non si trattava che d’un piccolo appezzamento di terra chiuso per tre parti da muri, con una pergola che in quella stagione dell’anno era senza foglie e con qualche aiuola ch’era senza fiori. Comunque sia, quel po’ d’aria libera aveva servito a dissipar l’ultime nubi dalla fronte dell’Ofelia, e prima ancora di vederla noi fummo gradevolmente sorpresi dal suono delle sue risate argentine. Tenuta a mano dalla signora Agnese, ella sedeva sul dorso di Tom e battendo i piedini sul fianco del paziente quadrupede e gridando hop, hop, si faceva condurre in giro per i sentieri che serpeggiavano intorno alle aiuole. A ogni svolta ella rischiava di perder l’equilibrio e s’aggrappava più forte alla sua guida e abbandonava la sua testina bionda sul testone nero del cane fedele. Quelli erano i momenti della massima ilarità. I riccioli d’oro le svolazzavano sulle tempie, un bel colore di rosa le tingeva le guancie, e balenava ne’ suoi occhi sereni e vibrava da tutte le sue tenere membra la voluttà della vita. Hop, hop! Ell’avrebbe continuato la sua cavalcata chi sa fino a quando, tanto più che Tom non si stancava di portarla, nè la signora Agnese si stancava di reggerla. Cosicchè suo padre che veniva a troncare il suo divertimento non ebbe a rallegrarsi di troppo lusinghiere accoglienze. Se prima aveva voluto andarsene, adesso voleva restare.... voleva restare con Tom e con aunt Agnes. La chiamava aunt, zia. La zia Agnese (per darle il titolo che le dava la bimba) intercedette anch’ella in suo favore. Perchè l’Ofelia non poteva rimaner fino a sera? Già il capitano aveva le sue faccende; che gusto ci trovava a condur la figliuola in giro dai negozianti o dai sensali di noleggio? Venisse a prenderla sul tardi, seppur non preferiva che la gli si riaccompagnasse a bordo. O che non si fidava?

Durante quest’ultima parte della discussione l’Ofelia s’era ammutolita. Seduta ai piedi della signora Agnese, ell’aveva posato il capo sulle ginocchia di lei e vinta dalla stanchezza aveva chiusi gli occhi.

— Vede, — disse Master Atkinson, — a quest’ora mia figlia dovrebbe già fare il suo sonnellino d’ogni giorno.... Sta per addormentarsi.

— Ma è bell’e addormentata, — esclamò con qualche maraviglia la signora Agnese chinandosi sulla piccina. — Come si fa presto a quell’età!... Non son due minuti che rideva, scherzava.... e adesso è con gli angeli.... Adesso poi non gliela do neanche per idea, — ella ripigliò in tono deciso. — Si figuri.... romperle il sonno.... costringerla a tenersi ritta, a camminare.... No, no, la metterò a letto io stessa.

E nel dir questo se la prese in collo delicatamente senza svegliarla.

Il capitano era titubante. Gli dispiaceva recare un così gran disturbo; inoltre non sapeva che impressione potesse fare all’Ofelia, nell’aprir gli occhi, il trovarsi fuori della sua cabina, il non vedere il suo babbo....

— Forse Master Atkinson ha ragione, — notò il signor Roberto che fino allora non aveva pronunziato una parola sull’argomento. — I fanciulli sono nervosi....

— E gli uomini non intendono nulla di certe cose, — replicò la signora Agnese con una vivacità un po’ acre. — M’impegno io a calmar l’Ofelia allorchè si desti.... Tutt’al più, per maggior precauzione, potrebbe restare anche Tom.

A forza d’insistenza la signora Agnese ebbe causa vinta, e uscì trionfante portandosi in camera sua la bambina che dormiva d’un sonno tranquillo e profondo. Tom era rimasto alquanto perplesso, malcontento di queste novità, desideroso di tornare sul suo bastimento, ma poco disposto a tornarvi senza la sua inseparabile compagna. Alla fine ubbidì agli ordini perentori del capitano, e col muso basso e la coda fra le gambe seguì la sua padroncina.