Tutta questa scena aveva visibilmente conturbato il signor Roberto, ed egli non me ne fece mistero. Non avrebbe condotta sua moglie a visitare il King Arthur, mi disse, se avesse supposto di trovare a bordo l’interessante orfanella. In fatto di bimbi, l’Agnese, che aveva pure un sano criterio, andava soggetta a degl’impeti irriflessivi. Ora li sfuggiva con affettazione, ora se ne appassionava fuor di misura. E il peggio era appunto quando se ne appassionava. Se si fosse limitata ad accoglierli con piacere, a voler averne spesso qualcheduno intorno a sè, poichè il ciclo, fino allora almeno, gliene aveva negati de’ suoi, sarebbe stata una vera fortuna. Ed egli l’avrebbe assecondata di tutto cuore. Era tanto lieto di vederla lieta. Ma le esagerazioni lo sgomentavano. È sempre fatale il dimenticare la realtà delle cose. È inutile; dei figli altrui non si poteva disporre come se fossero propri; poteva accadere che dovessero allontanarsi temporaneamente, che dovessero cambiar domicilio, ed egli sapeva per esperienza quante lacrime e quanti singhiozzi costasse a sua moglie il rinunziare a ognuno di questi sogni di maternità. Adesso quell’infatuazione per l’inglesina sarebbe finita con una delle solite crisi. Di lì a un paio di settimane, alla partenza del King Arthur, l’Agnese avrebbe sentito più che mai il vuoto della casa, sarebbe ripiombata nella tristezza e nello scoraggiamento.

In mezzo a queste savie riflessioni si capiva però che al signor Roberto non bastava l’animo di opporsi in modo risoluto alle fantasie della donna ch’egli adorava. E io che in principio lo tacciavo di debolezza non tardai a spiegarmi la sua condotta. Ho anzi un rimorso; di non aver contribuito a renderlo più pieghevole in un momento decisivo e solenne.

Senza volerlo e senz’avvedermene io entravo nell’intimità della famiglia. Nei dì successivi a quello in cui il principale m’aveva rivelato le sue apprensioni, ebbi a trovarmi parecchie volte con la signora Agnese che aveva persuaso il capitano Atkinson a lasciarle ogni giorno per qualche ora l’Ofelia e che affidava a me l’incarico di ricondurla a bordo quando non poteva accompagnarla lei stessa o quando il padre non poteva venirla a prendere.

Qual cambiamento nella signora Agnese! Non serbava la minima traccia di quell’alterigia che i miei colleghi le rimproveravano ad una voce; non aveva più quell’aria tra uggita e sprezzante che io pure avevo notata in lei; era affabile, espansiva, sempre dolce di modi, spesso col sorriso sul labbro. Ed ella era la prima a riconoscere questa sua trasformazione, e ne dava il merito all’Ofelia. — È così buona, — diceva, — che si diventa buoni a starle insieme. Già i bambini sono una gran benedizione del cielo.... È incomprensibile che ci sia della gente che non li può soffrire, o che tutt’al più li tollera come una molestia necessaria.... Ah se non ci fossero, sarebbe pur triste il mondo!

Non duravo fatica a darle ragione.

Ed ella seguitava: — Anche a lei, Ceriani, piacciono i bambini.... Si vede subito.... E non è mai sprecato l’affetto che si ha per loro.... Li dicono interessati, egoisti.... Non è vero.... Son meglio di noi grandi.... Noi altri invece ripaghiamo spesso l’amore con l’indifferenza, l’indifferenza con l’amore.... A loro ciò non accade.... Essi amano chi li ama.... L’Ofelia le vuol bene, sa?

Di tratto in tratto la signora Agnese sospirava: — Se avessi avuto figliuoli...!

Un giorno mi arrischiai a dirle! — Ne avrà.... È tanto giovine.

Ella tentennò tristamente il capo e i suoi occhi s’inumidirono.

Io assistevo a un dramma domestico, a un dramma semplice e toccante, quantunque non vi fosse in gioco nessuna di quelle che si ha l’abitudine di chiamar forti passioni. Non l’adulterio con le sue febbri, non la gelosia co’ suoi furori, non l’ambizione con le sue inquietudini. Due persone nel fiore degli anni, certo con diversità notevoli d’aspetto e di carattere, ma tutte e due sane di corpo, e con un gran fondo di rettitudine morale, due persone che s’erano unite sotto gli auspici più lieti a cui un capriccio della sorte avvelenava resistenza! Nella moglie un istinto esagerato della maternità che le rendeva incomportabile il non aver prole; nel marito, che pur si sarebbe rassegnato a questa sventura, un cruccio, un rodimento continuo di saper infelice una sposa per la quale egli avrebbe versato fin l’ultima goccia del proprio sangue, un’acuta mortificazione di sentirla sempre più fredda, più riluttante fra le sue braccia di mano in mano che s’affievoliva la speranza di ciò che agli occhi di lei nobilitava l’amore.