Altri particolari non ricercati, non chiesti, ma sorpresi facilmente sulle labbra di questo o di quello contribuivano a illuminarmi sullo stato delle cose. Si alludeva a consulti medici fatti sino dal secondo anno di matrimonio e ripetuti poi, a cure contradditorie qua e là, ora certi bagni, ora certe acque, ora la doccia, o il ferro, o l’arsenico. E io mi figuravo la signora Agnese, lei così poetica, così riservata nei modi, me la figuravo sottoposta a interrogatorî delicatissimi, offesa ne’ suoi pudori più intimi senza che il sacrifizio approdasse a nulla. Qual maraviglia che l’amore non fosse sopravvissuto a queste prove dolorose, o che almeno esso ne fosse uscito col germe di qualche male organico ed insanabile?

— Sicuro, — mi diceva il dottor Gandolfi, medico dei Prosperi, — sicuro, quella che i moralisti chiamano psicologia ha sempre una base fisiologica. — Ed egli soggiungeva che quest’era veramente un caso singolare. A nessuno dei due coniugi si poteva imputare la sterilità del matrimonio. C’erano novanta probabilità su cento che il marito avesse avuto figliuoli da un’altra moglie e la moglie ne avesse avuti da un altro marito. A questo punto il dottore ch’era un uomo di manica larga si divertiva a sciorinar delle teorie molto ardite e a citar dei versi d’un poeta latino sugli effetti benefici di certi strappi alla fede coniugale. — Guai però a chi osasse tener questi discorsi alla signora Agnese! — egli si affrettava a concludere.

Fatto si è che comprendendo le pene, le delusioni della signora Agnese, vedevo anch’io che era una crudeltà l’insidiarle i suoi pochi momenti di gioia.

Adesso ell’era beata nella compagnia della gentile Ofelia. A poco a poco era riuscita a tenersela seco dalla mattina alla sera, la colmava di regali, la conduceva in gondola, a passeggio, tirandosi dietro, che già s’intende, l’inseparabile cane di Terranuova. Se il capitano Atkinson faceva qualche osservazione, ella gli dava sulla voce. — Non sia cattivo, si tratta di pochi giorni. — E intanto lo invitava spessissimo a colazione e a pranzo.

— Curioso tipo quella Prosperi, — dicevano i pettegoli di caffè. — Sempre con quella bambina cascata dalle nuvole! E co’ suoi gusti aristocratici, col suo fare schizzinoso, ha per unici commensali un capitano mercantile e un semplice commesso.

Il commesso ero io. Quando c’era l’Ofelia, la signora Agnese mi tratteneva sovente a desinare.

Una mattina ella mi pregò di fissarle un’ora dal fotografo. Voleva far fare un gruppo dell’Ofelia e di Tom. Ma badassi di non parlare della cosa nè con suo marito, nè con Master Atkinson, nè con altri. Doveva essere un’improvvisata.

Poche sere dopo, a tavola, il capitano trovò sotto il tovagliuolo una copia della bellissima fotografia, e fu una gradita sorpresa. La signora Agnese magnificò la discrezione dell’Ofelia. Una bimba di quell’età, non essersi lasciata scappare una parola! Era un prodigio.

E in un impeto di tenerezza si alzò dalla seggiola e andò ad abbracciar la fanciulla. Nel tornar al suo posto aveva le lacrime agli occhi; Prosperi, inquieto, non sapeva staccar lo sguardo da lei.

Gli è che l’idillio s’avvicinava alla fine. Eravamo al mercoledì e la partenza del King Arthur era stabilita per sabato.