Queste notizie e queste previsioni empirono d’allegria il banco e la casa. Per la ditta Prosperi l’operazione non poteva presentarsi sotto migliori auspici e c’era ormai la certezza di vendere tutta la partita con un larghissimo margine sul prezzo di costo. Era inoltre una vera compiacenza d’amor proprio l’aver iniziato un nuovo commercio con quei lontani paesi. Gl’imitatori non sarebbero mancati, e già si sapeva che i nostri rivali, i fratelli Gelardi, stavano trattando l’acquisto d’un carico simile al nostro. Poco importava. Per presto ch’essi facessero non avrebbero ricevuto la merce che un paio di mesi dopo di noi, e a noi sarebbe sempre rimasto il merito di averli preceduti.

La signora Agnese si curava mediocremente di tutto ciò; quello che la colmava di gioia era l’avvicinarsi del momento che la piccola Ofelia sarebbe stata a Venezia, sua certo per qualche mese, sua forse per sempre. Per creanza, ella mostrava talvolta di prendere interesse anche all’affare in sè e indirizzava al signor Roberto mille domande a cui egli rispondeva evasivamente, con un sorrisetto scettico. — Via via, — egli le diceva — vorresti negarmi che se il King Arthur, invece di contenere nella capace sua stiva una sessantina di mille sacchi di riso, contenesse soltanto una bionda fanciulla di cinque anni chiamata Ofelia, per te sarebbe precisamente lo stesso?

Ella protestava. — No, no, lo stesso, no....

— Quasi lo stesso allora — replicava il marito. — Sei contenta così?

Tre settimane dopo i dispacci annunzianti l’arrivo del bastimento ne giunse un altro importantissimo dei signori Holiday. La caricazione del riso era terminata; il salottino giapponese era stato incassato e non mancava che di portarlo a bordo; il capitano si proponeva di partire al più presto.

Quello fu un giorno di gran lavoro pel banco Prosperi. Si fece una colossale rimessa di cambiali su Londra ai nostri banchieri Eliot Green e C., per coprirli delle tratte che i signori Holiday avevano certo spiccato sopra di loro, e si provvide senza ulteriori indugi alla sicurtà che fu assunta da più Compagnie per la somma cumulativa d’un milione di lire in cui era compreso anche l’utile probabile. Il salottino giapponese venne assicurato a parte per 25 mila lire.

Infine il lunedì 18 giugno 1878 alle cinque pomeridiane (ricordo il giorno e l’ora) capitò un nuovo e ultimo telegramma, brevissimo, dei signori Holiday, avvisandoci che il King Arthur era uscito quella mattina dal porto di Hiogo.

— Non sarebbe da stupirsi — disse qualcuno — se il carico fosse qui prima delle polizze.

Intanto la posta, ora per la via di Hong-Kong, Singapore e il Mar Rosso, ora per quella di San Francisco, Nuova York e l’Atlantico, recò una serie di lettere che i fulminei telegrammi avevano preceduto. Lettere dei signori Holiday, lettere del capitano Atkinson, e persino un foglietto per la signora Agnese con tre parole dell’Ofelia, della quale evidentemente s’era condotta la mano: Many kisses-Ophelia. E il capitano Atkinson nell’inviar questo prezioso autografo dava minuti ragguagli sulla sua figliuoletta che non aveva sofferto nemmeno un’ora di mal di mare e non aveva avuto nemmeno un capriccio; o a meglio dire ne aveva avuto uno solo, quello di tener qualche volta il broncio al suo babbo perchè non faceva venir la zia Agnese. Del resto la zia l’avrebbe trovata cresciuta di statura e florida d’aspetto. Anche Tom, dopo quella sua birichinata in principio del viaggio, s’era condotto benissimo. Non solo aveva adempiuto scrupolosamente ai suoi due uffici di custodir l’Ofelia e di dar la caccia ai topi, ma s’era altresì reso meritevole di una decorazione salvando, con lo slanciarsi spontaneamente nell’acqua, un mozzo che stava per affogare. Figuriamoci, scriveva il capitano, ciò che farebbe quella buona bestia se, Dio guardi, l’Ofelia avesse a correre un pericolo analogo!

Una delle lettere dei nostri corrispondenti di Hiogo conteneva un lungo poscritto relativo al salottino giapponese, poscritto vergato tutto quanto dalla mano di M. James Holiday in persona, il quale si dichiarava lietissimo di rendere un piccolo servigio all’egregio signor Prosperi e alla sua most gracious lady, da lui rammentata con rispettosa ammirazione. Il detto signore confidava di poter raccogliere in brevissimi giorni tutti gli oggetti necessari per l’arredo del salottino, pagandone una somma inferiore a quello che i suoi amici eran disposti a spendere. Egli si riprometteva eziandio, in un suo futuro viaggio in Europa, di visitare questo salotto alla cui formazione egli avrebbe contribuito e di prendervi una tazza di tè, preparata dalle mani della più gentile signora ch’egli avesse avuto la fortuna di conoscere ne’ suoi viaggi.