Queste galanterie dettele in faccia sarebbero parse alla signora Agnese sciocche e dozzinali; avrebbero provocato sulle sue labbra uno di quei motti freddi ed alteri con cui ella scoraggiava i corteggiatori, e riusciva, lei, bella, ricca, elegante, a tenerne lontano lo sciame importuno. Venute invece dal Giappone attraverso migliaia e migliaia di miglia, esse lusingavano il suo amor proprio, la empivano di gratitudine, la facevano arrossire di compiacenza.
Seguirono altre lettere di minor conto, finchè nella prima settimana d’agosto ne capitò una portante la data dell’ultimo telegramma, 18 giugno. Essa confermava la partenza del King Arthur, conteneva le polizze di carico, le fatture del riso, e la nota delle tratte emesse da Hiogo sui banchieri Eliot, Collins e C. Nell’importo di queste tratte era compreso anche il valore del salottino giapponese che ammontava, se non mi falla la memoria, a qualcosa meno di 800 lire sterline. I signori Holiday avvertivano di aver consegnato al capitano la distinta particolare degli oggetti e dei prezzi.
Inchiuso nel foglio dei signori Holiday c’era pure un bigliettino di Master Atkinson coi saluti e i baci dell’Ofelia per la zia Agnese.
La previsione che il bastimento arrivasse prima delle polizze di carico, non s’era avverata. Ma in ciò non v’era nulla di straordinario, tanto più che l’ultima posta aveva preso la via di San Francisco, la quale, se si trovano le coincidenze esatte, porta sempre qualche risparmio di tempo. Bisognava aspettare. E aspettammo.
V.
Aspettammo per alcuni giorni con la massima calma e serenità. La signora Agnese era di buonissimo umore e dava l’ultima mano alla cameretta ch’ella aveva preparata per la piccina. Era tormentata, pareva almeno, da un unico dubbio. Si doveva tenersi anche Tom? E, in ogni caso, era probabile che il capitano volesse privarsene? E, se non voleva, che dispiacere non sarebbe stato quello per l’Ofelia?
— Quando non ci fosse che questo, — replicava il signor Roberto che aveva preoccupazioni d’altra natura, — le procureremo un cane di Terranuova identico a Tom. I fanciulli si consolano presto.
I più impazienti erano i sensali a cui premeva di veder meglio che sui campioni la qualità di questo riso, sconosciuto fino allora a Venezia. Avevano già in serbo gli ordini dei loro clienti e anelavano d’eseguirli. D’altra parte appunto per l’incertezza della qualità, nè essi si credevano autorizzati, nè noi desideravamo di vender la merce viaggiante. Si contentavano di prender, come si direbbe, una specie di prenotazione. Taluno ci susurrava all’orecchio che non dovevamo tener troppo alte le nostre pretese, che i fratelli Gelardi stavano facendo anch’essi un carico a Hiogo e che questo solo annunzio bastava a raffreddare il mercato. Spauracchi vani. A ora che il carico dei Gelardi arrivasse, la nostra operazione sarebbe liquidata da un pezzo.
Però, alla metà d’agosto il King Arthur non era ancora giunto. Telegrafammo a Suez per sapere se esso fosse passato di là; ci si rispose di no. Evidentemente la sollecitudine eccezionale del viaggio di andata ci faceva troppo esigenti pel viaggio di ritorno.
E continuammo ad aspettare. Ma non più con la stessa tranquillità di spirito.