— Sempre? — ella insistè.

— Quasi sempre — diss’io.

— Ah, quasi — ella ripetè cupamente. — Ci son dunque esempi di navigli perduti senza che rimanga alcuna traccia di loro, senza che si salvi un uomo dell’equipaggio, senza che una tavola galleggiante sul mare dia un indizio della catastrofe?

Non potei negarle che di questi casi ce ne fossero, ma erano così rari, così eccezionali da non doverci fermare il pensiero.

— Perchè vede, Ceriani — ella ripigliò — non so come sopporterei l’annunzio positivo d’una sciagura; so che l’incertezza mi ucciderebbe.... Ma, in nome del cielo — seguitò la povera signora attorcigliando nervosamente il fazzoletto alle dita — si è poi fatto tutto quello che si doveva per chiarire questo mistero?... Mio marito lo afferma; io non lo credo.

Le enumerai le lettere, i telegrammi che si erano spediti; l’assicurai che si sarebbe tornato a scrivere, a telegrafare.

Ella si strinse nelle spalle. — Scrivere? Telegrafare?... Ah se fossi un uomo!

Qualcuno s’avvicinava, ed ella mi lasciò con queste parole, slanciandomi uno sguardo metà di preghiera, metà di rimprovero.

Che pretendeva mai la signora Agnese? Ch’io andassi alla ricerca del King Arthur come Stanley era andato alla ricerca di Livingstone?... Ohimè, l’impresa dello Stanley era stata una follia sublime; la mia non sarebbe stata che una follia ridicola.

Nè la signora Agnese me ne riparlò nei giorni seguenti. La sua agitazione febbrile aveva ceduto il posto a una calma apparente che ci impensieriva ancora di più. Ella stava per lunghe ore sdraiata sulla sua poltrona nel salottino giapponese, senza un libro, senza un lavoro, immersa in un cupo silenzio. A colazione, a pranzo, toccava appena il cibo, pronunziava appena qualche monosillabo, si faceva una legge di non menzionar mai nè il King Arthur, nè il capitano Atkinson, nè la piccola Ofelia. Solo una volta ella scattò dalla seggiola quando il dottor Gandolfi le suggerì un viaggetto di un mese. — Quest’anno non mi muovo da Venezia — ella risposo in tuono secco, reciso.