Passavano i giorni, passavano le settimane. Eravamo venuti a sapere d’un tifone che aveva infuriato nei mari della China fra il 25 e il 28 di giugno ed era penetrato nei nostri animi il convincimento che in quella occasione appunto il King Arthur si fosse perduto con tutto l’equipaggio. Ma mentre si conoscevano i nomi d’altri legni ch’erano scampati miracolosamente al pericolo, e sbattuti, malconci avevano dovuto ripararsi in qualcheduno di quei porti, del King Arthur nessuno poteva dir nulla. Nessuno lo aveva visto dopo la sua partenza da Hiogo.
Anche i danni materiali d’un simile stato di cose erano gravissimi. Le rimesse fatte a Londra per rimborsare il nostro banchiere importavano circa ottocentomila lire, somma della quale c’era forza rimaner scoperti finchè fosse spirato il termine necessario per acquistare il diritto d’abbandono verso le compagnie assicuratrici, e non c’è casa di commercio, per potente che sia, a cui non dia degl’impicci l’immobilizzare un capitale di quasi un milione.
Inoltre tutti i vantaggi sperati da un’iniziativa che doveva riaffermare la superiorità della nostra ditta andavano in fumo per esser raccolti in gran parte dai nostri rivali, i Gelardi, che avevano commesso a Hiogo un carico di riso dopo di noi e che lo aspettavano entro l’ottobre col vapore inglese The Iron Duke. Noi l’odiavamo questa Iron Duke che seguiva la via tenuta dal King Arthur, che probabilmente sarebbe passato sul punto ove il King Arthur era stato inghiottito dalle onde. Non credo che nessuno di noi gli augurasse un disastro, ma è certo che a sentirlo nominare ci si rimescolava il sangue. E lo si sentiva nominare così spesso. I sensali, che in attesa del King Arthur avevano imbastito degli affari con noi, adesso, con la compunzione di chi fa una visita di condoglianza, venivano a sciogliersi da ogni impegno e a dirci della dolorosa necessità in cui si trovavano di trattare coi Gelardi per l’acquisto della merce di prossimo arrivo con l’Iron Duke. E poi gli stessi Gelardi, alquanto vanitosi per loro natura, stimavano opportuno di comunicare ai giornali cittadini le varie tappe del loro bastimento. Era partito il tal giorno da Hiogo; aveva nel tal altro toccato Point-de-Galle; era passato per Aden, era a Suez.... Il comandante dell’Iron Duke non faceva economia di telegrammi.
Finalmente, ai primi di novembre, una mattina, il bastimento entrò in porto e andò ad ancorarsi alla Giudecca, proprio dove, in aprile, era ancorato il King Arthur. Ed io procurai nella giornata medesima di vedere il capitano per chiedergli se gli fosse venuta all’orecchio nessuna voce circa al vapore che due mesi prima di lui aveva lasciato il Giappone alla volta di Venezia. Ma egli non ne sapeva più di quello che ne sapevamo noi.
Quando tornai in banco dopo questa mia pratica vana, il principale mi disse: — Mia moglie ha ragione. L’incertezza è il peggiore dei mali, e una speranza voluta conservare a ogni costo è una fonte perenne d’inquietudine.... Ma che speranza? — egli corresse con un gesto d’impazienza. — Noi non ne abbiamo più; noi non dubitiamo che il King Arthur sia perduto.... Ci manca però la forza di rassegnarvisi finchè non abbiamo in mano un documento, una prova.... Ah, questa prova, questa prova chi ce la darà?
Mi guardò in un modo singolare e soggiunse: — Senta, Ceriani. Il viaggio d’esplorazione che l’Agnese parve consigliarle tempo addietro è, anche a’ miei occhi, una cosa assurda. Nondimeno qualche passo si potrebbe fare. Una corsa in Inghilterra per esempio, tanto da vedere gli armatori, da consultarsi con persone esperimentate, da recarsi agli uffici del Lloyd ove ci son notizie di tutto il mondo?... Andrei io, se non avessi scrupolo di piantar quella disgraziata.... Lei, Ceriani, lei ch’è giovine, ch’è libero, avrebbe difficoltà di partire per Londra al più presto, domani sera, per esempio?...
Sollevai alcuni dubbi sull’utilità di questa gita, ma difficoltà ad abbandonar Venezia per un quindici o venti giorni non ne avevo affatto. In fondo, lo confesso, l’offerta mi tornava gradita, perchè ormai il King Arthur pesava sul banco come un incubo. Ora, quest’incubo io l’avrei subìto anche durante le mie peregrinazioni che avevano per iscopo preciso di far nuove indagini sulla sorte del naviglio: ma mi sorrideva l’idea di cambiar aria, di sostituire una ricerca attiva (fosse pure infruttuosa) a una preoccupazione inerte e opprimente.
VI.
Partii dunque, munito d’una quantità di commendatizie, partii senza congedarmi dalla signora Agnese ch’era indisposta, e nel cui animo, del resto, era inutile far sorgere aspettazioni che non si sarebbero adempiute.
Che dirò del mio viaggio? Fui a Londra, fui a Glascow, fui a Liverpool; parlai con gli armatori del King Arthur, mi rivolsi a quel meraviglioso centro d’informazioni ch’è il Lloyd, conobbi il comandante d’un vapore ch’era stato investito dal tifone dal 25 al 28 giugno, e non per questo riuscii a dissipare l’oscurità che avvolgeva il nostro vascello fantasma. M’accorsi bensì che del King Arthur si discorreva universalmente come di chi sia morto e sepolto da un pezzo. O, per esser più esatto, m’accorsi che si cominciava a discorrerne meno, come d’un fatto ormai vecchio.