Gli armatori, ricchi a milioni, proprietari d’una dozzina di piroscafi sparsi per tutti gli Oceani, erano più che addolorati, inaspriti contro il capitano Atkinson. Lo accusavano d’imprudenza; già un’altra volta, parecchi anni addietro, egli aveva, per la sua temerità, tratto a perdizione un naviglio. Ma allora almeno s’era salvata la gente.
Questa circostanza che noi ignoravamo non era però ignorata dal Lloyd. Mi mostrarono colà il Captain’s Register, specie di dizionario biografico dei capitani mercantili inglesi, ove nella forma più succinta possibile si contengono importanti notizie relative a ciascuno di loro. E sotto il nome del capitano Giorgio Atkinson, dopo la data e il luogo della nascita, dopo altre indicazioni varie, si leggevano queste brevi parole: Lady Hamilton, st. 1863-65 — lost on the 10th May 1865, off the Isle of Majorca; ciò che significava che il capitano Atkinson avea dal 1801 al 1865 comandato il vapore Lady Hamilton, e che questo vapore s’era perduto in vicinanza dell’isola di Majorca il 10 maggio 1865.
— Una disgrazia può succedere al più provetto, — notò la mia guida chiudendo il volume accusatore; — è però sempre una cattiva raccomandazione.
Del resto, anche pel Lloyd, il King Arthur era un legno a cui si poteva recitare il de profundis. Quei preposti, con molta cortesia, mi lasciarono vedere la corrispondenza, quasi esclusivamente telegrafica, scambiata coi loro agenti del Giappone, della China, dell’India su questo argomento. Con parole diverse si arrivava sempre alla identica conclusione: testimonianze oculari non ce n’erano, avanzi del bastimento non se ne trovavano, ma il King Arthur doveva esser naufragato tra il 25 e il 28 giugno. La miglior prova era la mancanza di qualunque notizia da pressochè cinque mesi. Nello stato presente delle comunicazioni postali e telegrafiche, in una navigazione per mari frequentatissimi, ciò non si spiegava che con un disastro.
E poichè io stentavo a capacitarmi di questa scomparsa assoluta d’un bastimento, fui condotto in un’altra camera e invitato a dare un’occhiata alla lista dei missing vessels, cioè dei vascelli mancanti, su cui pesava lo stesso mistero che sul King Arthur, ma di cui non si poteva mettere dubbio che fossero stati inghiottiti dal mare con tutti i loro attrezzi, con tutti i loro uomini. La lista non si riferiva che a pochi anni, eppure era così lunga. Vi figuravano legni grandi o piccoli, a vapore ed a vela, col loro nome, col nome del loro capitano, con l’indicazione del porto dal quale erano partiti e di quello al quale erano diretti, con la data dell’ultime notizie.... Poi, più nulla.
— E il King Arthur? — chiesi all’impiegato che mi accompagnava.
— Non c’è ancora, — egli mi rispose. — Lo registreremo presto.... Bisogna che passi un certo numero di mesi.
Io non sapevo staccar lo sguardo da quella pagina. Pensavo a tante tragedie di cui l’Oceano chiude il secreto, a tante esistenze troncate, a tanti gemiti, a tante imprecazioni, a tante preghiere soffocate dal fragore del vento e dei flutti. E pensavo alla piccola Ofelia. La rivedevo nella sala del palazzo Prosperi, ilare e vispa, co’ suoi riccioli biondi che le svolazzavano sulla fronte; la rivedevo tra il cane Tom e la signora Agnese. Povera, povera bambina! S’era accorta dell’imminente catastrofe? O aveva cambiato il sonno con la morte?... Ma più ancora che ai naufraghi pensavo a quelli che aspettano.... Madri che l’inutile attesa precipita nella decrepitezza e nell’imbecillità, spose che avvizziscono nella forzata vedovanza e che dopo aver pianto tutte le loro lacrime dimandano invano la libertà di aprir il cuore a nuovi affetti, di farsi una nuova famiglia....
L’impiegato del Lloyd indovinò in parte ciò che mi si agitava nella mente e disse: — Tristi cose. Ma che sono i legni mancanti, che sono i legni perduti in confronto di quelli che corrono i mari e tengono alta la bandiera britannica? La lista dei missing vessels, il loss-book, sono come il nostro necrologio, e qual’è la famiglia ove non muoia qualcuno? Che famiglia numerosa sia la nostra lo si rileva dal nostro registro nautico, il libro dei vivi. Erano l’anno scorso più di dodici mila navigli.... nè il registro comprende tutti i legni della marina mercantile inglese.... Sicuro, di quando in quando ci capita un dispaccio annunziante un disastro, ma novanta volte su cento i telegrammi che riceviamo a ogni ora del giorno ci parlano di bastimenti arrivati, di bastimenti partiti, di bastimenti apparsi in qualche punto remoto del globo e che mandano un saluto alla patria lontana.... Eh, non ci resta mica tempo d’indugiarci troppo a pianger sui morti.
Orgoglioso della grandezza della sua patria, della grandezza dell’istituzione alla quale egli apparteneva, il mio interlocutore, uomo dall’aria positiva quanto mai, diventava poeta. E io subivo, mio malgrado, il fascino della sua eloquenza e nelle linee maestose del quadro ch’egli mi tracciava vedevo ridursi alle proporzioni d’un dramma domestico il pietoso episodio del King Arthur. Ripetevo a me stesso quella frase crudele: Non ci resta tempo d’indugiarci troppo a pianger sui morti — e mi pareva che, pronunziata in quella sala ove fa capo il commercio marittimo del mondo, ella perdesse alquanto della sua brutalità. Non ceder mai nè all’accidia, nè allo scoraggiamento, nè al sentimentalismo, ecco il segreto della forza e della potenza.