Compiuto l’anno, gli assicuratori pagarono il risarcimento che ci spettava, e nella pagina del nostro registro mercanzie intestata al Riso giapponese col “King Arthur„ noi potemmo inscrivere nella colonna dell’avere ch’era ancora in bianco la cifra rotonda di un milione di lire, chiudendo con un utile ragguardevole questo conto, nonostante le spese impreviste, nonostante la perdita degl’interessi.

Furono pagate contemporaneamente anche le 25 mila lire del salottino giapponese ch’era stato assicurato a parte.

— Sia ringraziato il cielo, — esclamò quel giorno il ragioniere della ditta. — Quelle due partite aperte gettavano un’ombra sinistra sull’intera azienda.... Adesso che ci si è messa su una bella pietra sepolcrale, si potrà respirar meglio e muoversi con più libertà.

Ebbene, quel giorno stesso il signor Roberto mi esternava per la prima volta la sua intenzione di liquidare la casa. Non aveva più amore al lavoro, non aveva più ambizione, non aveva più elasticità di fibra e di spirito. Sentiva di non esser l’uomo d’un tempo, d’infastidirsi a ogni contrarietà, di smarrirsi a ogni dubbiezza; quei lunghi mesi d’ambascia l’avevano spossato, affranto. E poi con che sugo avrebbe seguitato a logorare il cervello nelle intricate combinazioni del commercio moderno?... Non aveva figliuoli e non isperava d’averne; sua moglie non abbisognava di maggiori ricchezze per vegetar come faceva; le occorrevano soltanto delle cure sollecite, attente, e queste cure toccava a lui di prestargliele. Con la coscienza delicata dei buoni egli si caricava di colpe immaginarie. — Dovevo entrar subito nell’idea dell’Agnese, — egli ripeteva, — e far sì che il capitano ci lasciasse la bambina addirittura, chè già con un po’ d’insistenza la si sarebbe spuntata.... Oppure dovevo tagliar corto, dichiarar che non volevo l’Ofelia in casa nè prima nè dopo, impedire a quella funesta tenerezza di nascere, di crescere. Il mezzo termine adottato fu la cagion vera di tante disgrazie.

Ohimè, la vera cagione era da cercarsi nella mente non equilibrata della signora Agnese, ma questo il signor Roberto non intendeva ammetterlo. Fermo nel tenersi responsabile di tutto, egli diceva che il far l’infermiere era per lui, oltre che un debito d’affetto, una giusta espiazione.

E persisteva nel proposito di ritirarsi dai traffici. Solo studiava il modo di provvedere all’avvenire de’ suoi commessi, di volgere a loro vantaggio il credito e le relazioni della sua ditta.

Di qui l’accomandita della quale io sono il gerente e che mi permise di conservare intimità di rapporti con l’ottimo uomo. Però tra noi non si discorre d’affari che quando io gli presento il bilancio, e anche allora se ne discorre poco perchè egli ha in me una fiducia che credo di non avere demeritata. Anzi talvolta egli mi rimprovera scherzosamente di aumentar troppo il suo patrimonio.

Per lo più egli mi parla di sua moglie ch’egli ama con l’antico trasporto e ch’è sempre nel medesimo stato, sospesa tra la sanità e la malattia, tra la saviezza e la demenza. Quand’io vado a visitarla, e ci vado ogni tre o quattro settimane, ella mi riconosce, mi porge la mano, mi ringrazia d’essermi ricordato di lei, mette insieme poche frasi insignificanti, e quindi ricade in un silenzio penoso. Ma se mi alzo per accommiatarmi si scuote, e non manca di dire: — Torni: Già mi trova al solito posto, nel mio salottino giapponese.

E nel salottino che conserva per ironia questo nome si vedono ancora le fotografie dell’Ofelia e del King Arthur. Ma i mille ninnoli, ma le lacche colorate, ma gli specchi dipinti, ma le mensole, i vasi che dovevano adornare il salottino giapponese, dove sono? Dov’è il King Arthur, dov’è la gentile Ofelia, dov’è il capitano Atkinson, dov’è il cane Tom? Su quali alghe riposano, quanto mare li copre, chi saprà mai nulla di loro?

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