— Buona notte, signora Stella.

— Buona notte, Gualberti.... A domani, dunque.... A qualunque ora.... Resto tutto il giorno in casa.

— Grazie. A domani.

Gualberti fece in quattro salti le scale. E seguitava a dire al domestico che gli veniva dietro col lume: — Ci vedo, ci vedo benissimo.

Era buio pesto, ma l’amore, ch’è cieco, ci vede anche al buio.

L’EREDITÀ DI GIUSEPPINA.

I.

Nel salottino che una lumiera a gaz rischiarava dall’alto e che una sola stanza divideva dalla camera del malato erano raccolte dieci o dodici persone, quali sedute, quali in piedi, quali appoggiate al davanzale d’una finestra aperta per respirare un po’ d’aria libera. Sulla tavola, in mezzo ad alcuni album di fotografie e strenne e gingilli, un gran vassoio con parecchi bicchieri d’acqua, un altro più piccolo con una dozzina di bicchierini da liquori e una bottiglia smerigliata di Cognac fine Champagne; infine una vaschetta piena di pezzi di ghiaccio e con un cucchiaio di cristallo.

Di tratto in tratto qualcheduno infilava in silenzio l’uscio a sinistra, stava fuori del salotto un paio di minuti e poi vi rientrava con aria contrita.

— Nulla di nuovo? — si chiedeva da più parti.