1 due giovani s’affacciarono alla finestra. Non s’erano più visti dopo il Carnovalone di Milano, che Minucci aveva passato presso i suoi parenti Quaglia, e adesso, trovandosi insieme così inopinatamente, evocavano i ricordi di quei giorni di baldoria.
— Ti rammenti dell’ultimo veglione alla Scala?
— E delle cene in buona compagnia al Rebecchino?
— A proposito, con la Vittoria ti trovi spesso?
— Non è più a Milano.... Ha seguito Angioletti che è di guarnigione a Napoli.
Battista ricomparve col caffè.
VI.
Era vero. Dalla mezzanotte, anzi da prima di mezzanotte, una strana inquietudine s’era impadronita del cavaliere Achille. Moveva continuamente le labbra senza poter mettere che suoni inarticolati, moveva il braccio smaniando, fissava gli occhi sulla Giuseppina con un certo sguardo supplichevole come a dirle: — Indovinami.
Povera Giuseppina! Che non avrebbe fatto per indovinarlo? Gli raccomodava i guanciali sotto la testa, gli porgeva da bere, e alle sue mute richieste rispondeva con altre interrogazioni: — Vuol questo? Vuol quello? — No, non c’era verso di coglier nel segno. A volte ella dimenticava i rispetti umani, non si curava della cuoca e di Battista ch’erano lì davanti, e gli dava del tu e non lo chiamava più signor Achille, ma lo chiamava Achille com’egli voleva esser chiamato da lei. — Achille, dimmi che cosa vuoi, dillo alla tua Giuseppina.
Nel vederlo ridotto così, le salivano le lacrime agli occhi, ma le ratteneva, ma si sforzava di sorridergli, di mostrargli una fisonomia ilare, confidente, piena di speranza.