Era sua da tre anni; però non aveva cominciato ad amarlo davvero che dopo qualche tempo. Sulle prime aveva ceduto a lui come una ragazza povera, cresciuta in un ambiente poco scrupoloso, cede a un uomo ricco che le assicura la pace, l’agiatezza, il modo di giovare alla famiglia. L’aveva amato più tardi quando s’era accorta che egli non la trattava con l’aria sprezzante con cui gli uomini trattano le donne di cui fanno lo strumento dei loro piaceri. L’aveva amato senza sognarsi nemmeno ch’egli potesse sposarla, godendo del presente come d’un bene superiore ai suoi meriti, mettendo il suo orgoglio, la sua dignità nel prevenire ogni desiderio di lui, nel rallegrargli col suo sorriso la vita. E anch’egli le si era affezionato a grado a grado. In principio era stata per esso uno svago e nulla più, poi aveva compreso ch’ella era molto dissimile da tante altre; aveva sentito, egli scapolo impenitente, che questa donna piena di abnegazione e di tenerezza riempiva un vuoto nella sua esistenza, che senza imporgli i legami, a suo modo di vedere, intollerabili del matrimonio, ella lo salvava dalla prosa delle tresche volgari. Le aveva ammobigliato un quartierino di poche stanze e veniva a passar qualche ora ogni giorno in quel nido tranquillo ov’ella, pure uscita dal popolo, spargeva un profumo d’eleganza e di distinzione nativa.
Misantropo per indole, disgustato de’ suoi parenti, e, quantunque nè sciocco nè ignorante, privo di ambizioni letterarie, scientifiche, politiche, il cavaliere Achille non istava volentieri che con la Giuseppina e con pochi amici. Ma nemmeno coi pochi amici egli usava discorrere de’ suoi amori, e poichè la Giuseppina aveva un uguale riserbo, si può dire che questa relazione rimaneva avvolta in un’ombra discreta.
Quella che la sapeva più lunga sull’argomento era la cagnetta Bibì, ordinaria compagna del padrone nelle sue passeggiate, ma Bibì si limitava a far le sue confidenze ad altri individui della razza canina.
Comunque sia, in quell’istante supremo una cosa era certa. La persona, che al cavaliere Achille pesava di più di lasciar sulla terra, era la Giuseppina; e la Giuseppina era quella che sentiva più acerbo lo strazio della sua morte.
VII.
— Buon giorno, buon giorno — disse il dottor Gelsi entrando in camera col suo solito dondolamento di testa. — Si fece far dalla Giuseppina un rapporto particolareggiato della notte, ordinò che si aprissero meglio le imposte per aver più luce e poi si accinse a un esame minuzioso dell’infermo, di cui lo colpì la singolare eccitazione nervosa. — Sarà un affare serio dopo — egli pensò in cuor suo.
— Ah, se potesse indovinar lei ciò ch’egli vuole! — sospirò la Giuseppina, affranta da tanti tentativi inutili.
Dopo essercisi provato e riprovato senz’alcun frutto, il dottore allargò le braccia col gesto di chi si dà per vinto. — Scriverò la ricetta per un calmante.
E s’avviò verso il tavolino.
Ma la Giuseppina lo trattenne chiamandolo con voce soffocata: — Dottore, dottore.