— Che c’è?
— Guardi.
Gli occhi del malato s’erano dilatati nell’orbita, il suo braccio si moveva rapido da destra a sinistra, da sinistra a destra.
Il medico fece un gesto interrogativo.
La Giuseppina soggiunse: — Lo sguardo ha assunto quell’espressione, il movimento del braccio si è fatto così insistente quand’ella disse che avrebbe scritto una ricetta.
Gelsi si picchiò la fronte. — Scrivere!... Che sia questo ciò ch’egli vuole?... Non gli si era domandato?
— No, no.
— Presto allora... Non perdiamoci in chiacchiere.... Pur che sia in grado di scrivere!... Col lapis forse sarà meno difficile.
Si trovò sul tavolino un quinterno di carta da lettere; il lapis lo diede il dottore.
Il cavaliere Achille seguiva con impazienza angosciosa questi preparativi. La fissità della pupilla, la tensione dei muscoli tradivano in lui lo sforzo della mente e della volontà. Quando il lapis fu posto tra le sue dita, quando il quinterno di carta fu dalla Giuseppina collocato in modo ch’egli potesse scriverci, egli vi tracciò faticosamente alcuni segni, poi lasciò ricader la mano spossata sulle coperte.