— Dunque? — chiese il dottore allorchè la giovine, obbedendo a un cenno dell’infermo, ebbe preso il foglio.

Sulle prime quei geroglifici riuscirono incomprensibili alla Giuseppina, ma, avvicinatasi alla finestra, le linee confuse, aggrovigliate si riordinarono come per incanto sotto i suoi occhi e le permisero di leggere due parole. Quali parole fossero ella non disse; piegò il foglio e lo nascose in seno, si precipitò sul letto del moribondo, ne afferrò la mano e la coperse di baci e di lacrime. Bibì, sentendola piangere, venne a fregarsele attorno mugolando sommessamente.

In quel punto s’affacciò sul limitare dell’uscio la baronessa Eleonora la quale aveva ordinato che la chiamassero al giungere del medico. Era in vestaglia, molto impreparata, in quelle condizioni nelle quali i nipoti non avrebbero voluto vederla.

Gelsi le si fece incontro e le parlò piano. La Giuseppina s’era ricomposta, senza però allontanarsi dal letto; un istinto sicuro l’avvertiva che quello era il solo asilo inviolabile per lei, e che nonostante la protezione di Raimondi, l’indulgenza del medico, la simpatia della servitù, se si moveva dal suo posto non avrebbe più potuto tornarvi.

S’intese la voce della baronessa. — Come? Ha scritto e non è lecito saper che cosa ha scritto?

— Oh — rispose il medico — per quello che può aver scritto!... Ha fatto pochi segni confusi.... Del resto diede egli stesso la carta a.... quella giovine....

Quella giovine ne capì il senso.... Doveva comunicarlo....

— Perdoni.... Secondo i casi.... In ogni modo....

E l’onesto dottore, animato da uno spirito conciliativo, si accostò alla Giuseppina.

Ma ella, che aveva côlto una parte della conversazione era già sulle difese.