— Quella carta?... No, dottore.... non la dò a nessuno.... Le giuro per quanto ho di più caro che non c’è nulla che possa interessar nessuno.... altri che me....
E cedendo all’affanno che la soverchiava, continuò: — Dio mio, Dio mio.... Mi lascino stare.... che male faccio?... Per che ragione credono ch’io sia qui?... Ho delle colpe, ho dei peccati tanti.... ma questi sospetti non li merito.... Oh se quel poveretto potesse parlare!... Mi difenda lei, dottore, lei ch’è buono....
Gelsi le fece segno di quietarsi, di tacere, e si accinse a calmar gli spiriti belligeri della baronessa. Vedeva bene che non era lecito insistere.... non c’era stata frode, non c’era stato artifizio, non c’era stata violenza.... egli n’era buon testimonio, e il foglio si trovava in possesso della signora.... di quella giovine, per manifesto desiderio del cavaliere Achille.... S’era un segreto ch’ella voleva custodire nessuno aveva il diritto di strapparglielo.... Egli l’intendeva perfettamente, certe cose urtavano la suscettività della baronessa;.... ma come si fa?... A questo mondo bisogna tante volte sacrificarsi per evitar guai maggiori.... e in un momento simile....
La savia perorazione fu troncata da un gesto dell’infermiere.
Le condizioni del malato peggioravano di minuto in minuto. Al grande eccitamento di prima succedeva una grande prostrazione di forze, e i polsi declinavano rapidamente. Ciò era stato previsto fino a un certo punto dal dottore Gelsi; tuttavia egli supponeva la reazione meno subitanea, meno precipitosa. Così pure non illudendosi sull’esito finale, egli non aveva creduto a una catastrofe imminente. Adesso invece si presentavano sintomi tali da giustificare i più gravi pronostici, e il medico, dopo aver fatto tutto ciò che la sua arte gli suggeriva, stimò suo dovere di metter sull’avviso la baronessa Eleonora e gli altri parenti ch’erano alzati.
La Giuseppina non aveva bisogno d’essere avvertita da alcuno. Ella vedeva, ella sentiva spegnersi a oncia a oncia quella cara vita per la quale avrebbe dato con entusiasmo la vita propria.
VIII.
E di nuovo quella sera, come la sera addietro, l’intera famiglia era raccolta in salotto. D’estranei non c’era nessuno; oltre ai Rudeni, ai Quaglia, ai Minucci non c’era che il cugino Raimondi. Il dottor Gelsi, dopo una visita fatta alle sette, aveva promesso di tornare fra le dieci e le undici quantunque, pur troppo, l’opera sua fosse inutile; il cavaliere Achille non avrebbe passata la notte.
Un attacco di nervi avuto nella mattina aveva prostrato le forze della baronessa Eleonora. Ella aveva rinunziato alla lotta, e distesa su una poltrona e con una boccetta di sali sotto il naso, si contentava di gemere sul proprio destino e di querelarsi dell’immoralità di certe relazioni che turbano persino la santità dei lari domestici. Nondimeno, anche nella sua anima frivola ed egoista, vibrava di tratto in tratto qualche nota sincera di dolore. Pensava alla sua vecchia casa di cui fra poche ore non sarebbe sopravvissuta che lei. Morti i genitori, morte le sorelle, moribondo questo fratello nel pieno vigore degli anni. E lui, se lo ricordava fanciullo, biondo, ricciuto, accarezzato da tutti, alquanto selvatico forse ma ragionevole e buono. Perchè s’erano amati così tepidamente, perchè negli ultimi tempi s’eran visti così poco? Di chi era la colpa? Eppure, ella non poteva negarlo, in due o tre occasioni quando s’era ricorso a lui per uscir dagl’impicci nei quali il maledetto vizio del giuoco di Borsa aveva messo il barone James, egli aveva aperto il suo scrigno senza farsi troppo pregare. È vero che, dando il danaro, protestava di non voler immischiarsi in nient’altro. Non voleva ricever confidenze, non voleva che gli domandassero consigli, schivava gl’incontri e non incoraggiava le visite.... Ma già teneva l’identico sistema con tutti i parenti.... Possibile a ogni modo che avesse lasciato un testamento per spogliare la sorella, i nipoti, il suo sangue insomma?
Mentre la baronessa Eleonora piagnucolava sommessamente, gli uomini tacevano. Darling movendosi sotto la tavola faceva ogni tanto tintinnare i sonaglini del suo collare d’ottone.