L’incidente della mattina era stato, durante la giornata, esaminato sotto tutti gli aspetti. Non c’era più nulla da dire e non c’era nessuna disposizione da prendere. Quali pur fossero le due o tre parole scritte dal cavaliere e da lui consegnate a Giuseppina, era chiaro ch’esse non potevano avere un valore legale. Potevano contenere un’indicazione, un nome; chi sa? S’era cosa importante la Giuseppina avrebbe cercato di servirsene, e allora si sarebbe visto quel che si doveva fare.

Fin dalle prime ore del pomeriggio il malato aveva perduto ogni conoscenza. Non apriva gli occhi che a lunghi intervalli, e quegli occhi erano vitrei, immobili; solo la Giuseppina s’illudeva ch’egli la ravvisasse ancora. Ormai anche il braccio destro giaceva inerte, la mano umida d’un freddo sudore non rispondeva più alle strette della gentile mano di donna che tentava scaldarla.

Dinanzi a quel corpo che s’irrigidiva a poco a poco nella sinistra fissità della morte la Giuseppina sembrava una statua. Non vedeva che lui, non sentiva che lui. S’accorgeva appena delle persone che entravano ed uscivano dalla stanza; le era apparsa come in un sogno una nera tonaca di prete, come in un sogno l’era giunto all’orecchio un mormorìo di preghiere ch’ella, macchinalmente, aveva accompagnato con parole salite al labbro dal fondo della memoria. Poi l’apparizione era svanita; era venuto di nuovo il medico per andarsene via senza ordinar nulla. Adesso (da quanto tempo? la Giuseppina non lo sapeva) il silenzio della camera non era rotto che da un rantolo affannoso.... Ah, finchè quel rantolo durava, il posto della Giuseppina era lì, sempre lì.

Al tocco dopo mezzanotte il rantolo cessò. La testa del moribondo si scosse per ricader sul guanciale.

— È finito, — disse l’infermiere.

Finito?... Ma allora?... Allora era finito anche per lei.... Ella non poteva più rimanere.

Raccolse le sue forze, represse i suoi gemiti, si alzò in piedi, baciò la fronte del morto, baciò gli occhi, baciò la bocca, ahi tante volte baciata, e prima che altri la cacciasse dalla camera e dalla casa, si dileguò inavvertita per l’uscio dello spogliatoio da cui era entrata circa quarantott’ore innanzi, appena saputa la malattia improvvisa del cavaliere Achille.

IX.

Due giorni dopo, i Quaglia, i Minucci e il barone James Rudeni, pacatamente e decorosamente afflitti, accompagnarono fino al cimitero la salma del loro amato congiunto, nè occorreva essere profondi psicologhi per legger loro in viso sotto il lutto ufficiale dei parenti la soddisfazione intima degli eredi. Il cugino Raimondi, l’ottimo cugino Raimondi, s’era apposto al vero. Il cavaliere Achille non aveva lasciato testamento; nei suoi cassetti frugati con la massima diligenza non s’era trovata neanche una riga che accennasse a disposizioni prese pel caso di morte. D’altra parte nessuno s’era fatto innanzi a vantar diritti, e per conseguenza la sostanza del defunto stimata quasi un milione andava divisa in tre parti tra la baronessa Rudeni, come sorella, e i due giovani Minucci e Quaglia, come figli di sorelle premorte. Era proprio il meglio che potesse succedere. Perchè dato un testamento, anche a favore della sorella e dei nipoti, ci sarebbero state certo delle prelevazioni da fare per legati, per beneficenze, ecc. Così invece non c’era nulla di obbligatorio e dell’elargizioni che si fossero fatte avrebbero avuto lode soltanto gli eredi. Ed eran preparati a farne in congrua misura e la sera stessa sarebbe comparsa ne’ fogli cittadini una bella lista d’offerte. Ma sicuro, bisognava onorar la memoria del caro estinto, bisognava mostrarsi generosi coi poveri. La maggior compiacenza che dà la ricchezza è quella di giovare ai diseredati dalla fortuna. Quei signori erano pieni di nobili sentimenti. Il barone James, prendendo il braccio dell’ottimo cugino Raimondi, gli aveva detto, in nome proprio e dell’Eleonora rimasta a casa indisposta, che si sarebbe domandato consiglio a lui su quel che si doveva fare per la servitù. Gente così affezionata al padrone! Gente che lo aveva assistito in quel modo! Non c’è dubbio che il povero Achille, se avesse avuto tempo da far testamento, se ne sarebbe ricordato. Ma! Come si muore! Oggi si è sani come pesci, domani.... patatrac.

E i giovani Minucci e Quaglia avevano anch’essi tirato in disparte il cugino Raimondi per sentire da lui in quali condizioni restava quella ragazza.... quella Giuseppina.... In quanto a loro.... seppur la zia non voleva saperne.... non sarebbero stati alieni.... per una volta tanto.... dal fare un sacrificio di qualche migliaio di lire.... s’intende che ciò non doveva costituire un precedente.... la ragazza non aveva diritti da accampare, s’intende.... era così per un impulso spontaneo.... In somma Raimondi aveva capito le loro idee; si regolasse da quell’uomo cauto e savio ch’egli era.