Camminava con la testa bassa, rasente il muro, stringendosi addosso quanto più poteva lo scialle, raccomandandosi l’anima nel far gli scalini dei ponti, lasciando sfuggir un piccolo grido a ogni sdrucciolone che dava, a ogni folata di vento che la investiva, a ogni falda di neve che accumulata sulle grondaie, sulle cornici, sugli sporti delle finestre, precipitava giù nella strada. Così arrivò a quel Campielo dei morti che aveva già passato due volte e che doveva ripassar nuovamente per recarsi a casa sua, e non potè a meno di volger l’occhio verso la parte da cui pochi minuti innanzi, veniva il lamento dell’infelice bestiuola implorante aiuto. Adesso non si udiva più nulla, ma lì accanto al muro, dove la Ninetta aveva visto agitarsi una forma nera, ella notò qualche cosa che si staccava ancora sul fondo candidissimo, e bench’ella non avesse tempo da perdere, una forza irresistibile la spinse verso quella cosa immobile, che (fors’era un’allucinazione della sua fantasia) la guardava con occhi fissi e vitrei. Non s’era ingannata.... Era il gattino di prima; freddo, irrigidito, morto.... Morto davvero?.... Per un momento lo credette tale; poi, chinandosi sopra di lui e toccandolo con mano paurosa, le parve che nello pupille dilatate balenasse un raggio di vita. E nelle sue fibre di fanciulla sorse un impeto di pietà e di tenerezza; e in petto le si svegliò subitaneo e imperioso quell’istinto gentile che fa della donna la protettrice naturale dei deboli e degli afflitti. Raccolse da terra l’animale agonizzante, lo avviluppò nelle pieghe del suo scialle e ripigliò il suo cammino. Non sentiva più il freddo, non s’accorgeva del vento che le scompigliava i capelli; angustiata soltanto dall’idea che il suo soccorso fosse giunto troppo tardi. Ah, non se lo sarebbe perdonato mai.

V.

Arrivò a casa trafelata, col cuore che le batteva tumultuosamente; ma quando, aperta la porta di strada, vide tutto buio e capì che suo zio non c’era, fu sollevata da un grande incubo. Se c’era lui e s’ella si presentava al suo cospetto con quella strana compagnia, figuriamoci, egli era uomo capace di far fare alla bestia, morta o viva, un gran salto per la finestra. Volesse pure il cielo ch’egli rimanesse fuori per un pezzo! Ella trovò a tastoni i fiammiferi, accese un moccolo di sego, e depose delicatamente sulla tavola il suo prezioso fardello, incerta ancora se il calore ch’ella sentiva rinascere in quel corpicino fosse altro che il calore proprio, ch’ella gli aveva trasfuso tenendolo stretto alla sua persona. Ma il dubbio non durò molto. Lisciato, accarezzato, stropicciato in tutti i sensi, l’animale non tardò a dar segni manifesti di vita. Mosse la coda, stirò a una a una le zampe, aperse languidamente gli occhi, mise un lieve miagolìo; la risurrezione era compiuta. Oh che felicità fu quella per la Ninetta! E la parola felicità non ci meravigli. Quando mai le nostre gioie e i nostri dolori sono proporzionati alle cause da cui derivano? La fanciulla era in estasi davanti alla leggiadra bestiuola ch’ella aveva salvata. Era un gattino di cinque o sei mesi, dalle forme snelle, dal pelo nerissimo, fino, lucido, vellutato; senza dubbio, appena si fosse rimesso in forze, avrebbe avuto tutte le grazie che i gattini giovani sogliono avere. Intanto si fregava intorno alla sua benefattrice e pareva mansueto e riconoscente. — Caro, caro, caro! — esclamava la Ninetta nel suo entusiasmo, baciandolo come un bambino. Lo fece partecipare alla sua piccola cena; poi, spogliatasi in furia, lo portò seco nel suo letticciuolo. Poverino! Aveva patito tanto freddo; era ben giusto che si riscaldasse.

Di fuori continuava a soffiare il vento e a cader la neve, e nella stanzuccia mal riparata giungevano i rumori sinistri della bufera; tuttavia la Ninetta non istette molto ad addormentarsi. E sognò. Sognò le belle bambine covate teneramente dagli occhi amorosi delle mamme e dei babbi, le belle bambine che aveva viste lievi e agili come farfalle ascendere lo scalone del palazzo; sognò d’essere una di loro e di trovarsi con loro dinanzi all’albero di Natale, abbarbagliata dallo scintillìo delle candele, dalla mostra dei balocchi che pendevano dai rami come frutti maturi. Quand’ecco un gemito lungo e pietoso salir dalla strada ove il tempo seguitava ad imperversare. Ed ella si staccava dall’ilare schiera delle sue compagne, lasciava il salotto tiepido e profumato, e correva attraverso una fila interminabile di stanze giù per un labirinto di scale senza poter mai metter capo a un’uscita.... Alla fine, si destò di soprassalto. Era nel suo letto, rannicchiata sotto le coperte; il gattino, rivolto a spira, faceva le fusa accanto a lei. La visione era svanita: solo una cosa restava vera; ell’aveva salvato un essere che soffriva, e questo pensiero le dava un’infinita dolcezza. — Bisogna rifarsi sui più deboli delle umiliazioni che ci tocca subir dai più forti, — soleva ripetere il signor Barnaba. Ecco, s’era rifatta anche lei, ma a suo modo, un modo tanto diverso, e tanto migliore di quello che il signor Barnaba suggeriva.

Era la mezzanotte. Lo zio era tornato a casa e lo si sentiva russare in cucina. Dalle cento chiese della città l’allegro scampanìo del Natale portava una soave promessa a tutti i derelitti del mondo.

LA NIPOTE DEL COLONNELLO.

I.

Battista, già ordinanza e adesso cameriere del colonnello Annibale Bedeschi, accese il lume, chiuse le imposte, tirò le tende, e poi, mettendosi in posizione militare dinanzi al padrone, gli domandò se doveva aggiungere dell’altra legna nella stufa.

— No, — rispose il colonnello, — non fa freddo. Andate pure.

Ma prima che l’altro richiudesse l’uscio dietro a sè gli fece una interrogazione. — La signorina?