Battista tentennò il capo con aria grave. — Oh, signor colonnello, la signorina è in gran faccende per quel dolce.... sa, quel dolce di cui trovò la ricetta nel libro.... Anzi ho paura che oggi il desinare non sarà pronto per l’ora solita.
— In causa del dolce?
— Appunto, signor colonnello.
— Che razza d’idea è saltata in mente alla Bice d’occuparsi di cucina? — esclamò Bedeschi. — Ditele che appena può venga da me.
— Appena può, appena può? — brontolò il colonnello quando Battista fu uscito. — Avrei soggezione di mia nipote? Mi sarei preso in casa un tiranno domestico?... Io che fui sempre uso a comandare a bacchetta, io che conducevo la mia famiglia come il mio reggimento?
Ebbe la tentazione di richiamare Battista e di mandare per suo mezzo un ordine perentorio alla ragazza, ma se ne pentì. In fin dei conti se la Bice faceva un dolce, questo non era un delitto, e se facendolo ella portava un piccolo ritardo nel pranzo, questa non era una sventura.... Era poi innegabile che la ragazza era un tiranno sui generis, pieno di grazia, di dolcezza e di buon umore, incapace di dire una parola sgarbata e di commettere una prepotenza. Senza di lei il colonnello sarebbe stato ben solo, ed egli avrebbe avuto torto marcio a lagnarsi d’averla accolta presso di sè quando all’uscir di collegio ella s’era trovata orfana di padre e di madre.... E in fondo non se ne lagnava, quantunque gli paresse di non esser sotto certi rispetti più quello d’una volta, dacchè c’era la Bice.
Le mani sprofondate nell’ampie saccoccie della vestaglia, la testa coperta da un berretto di seta nera sotto a cui spuntava qualche ciuffo di capelli che avevano acquistato da poco il coraggio del loro candore, il vecchio militare si mise a camminare su e giù per la stanza, trascinando alquanto la gamba sinistra ferita nel 1866 a Custoza. Era un uomo sulla sessantina, alto, con le spalle larghe, i baffi folti e lunghi, lo sguardo franco e leale, ma un po’ duro e imperioso.
Dopo tre o quattro giri egli si riavvicinò alla tavola, e inforcate le lenti rilesse due telegrammi arrivati quel giorno stesso da’ suoi figliuoli Vittorio ed Augusto, militari tutti e due, il primo nell’esercito, il secondo nella marina. I telegrammi con gli auguri pel Natale venivano l’uno da Massaua, l’altro da Nuova York. Nientemeno.
Antico soldato dell’indipendenza italiana, non ritiratosi dal servizio che per motivi di salute, il colonnello Bedeschi aveva favorito, accarezzato la vocazione del suo primo e del suo secondogenito, e allorchè Vittorio aveva chiesto e ottenuto di andare in Africa e Augusto s’era imbarcato per un viaggio di circumnavigazione di circa tre anni, egli li aveva accommiatati con ciglio asciutto, dicendo loro soltanto: — Fate il vostro dovere, ragazzi.
Tuttavia quella sera, nel rileggere i due dispacci arrivati da due sì lontane e diverse parti del mondo, anch’egli, l’uomo forte ed austero, sentiva spuntarsi una lacrima. Non poteva a meno di rievocare il tempo in cui que’ suoi cari rallegravano il tetto domestico e scherzavano sulle ginocchia materne. Ahimè, ormai la madre era morta da un pezzo.... Involontariamente l’occhio del colonnello si posava sulla parete ove sotto i ritratti di Vittorio Emanuele, di Umberto, di Garibaldi, di Lamarmora, di Napoleone III, ecc., ecc., c’era un gruppo di fotografie di famiglia. La più antica e sbiadita era appunto quella di sua moglie, una donna esile, dall’aria stanca e sofferente. A fianco di lei Bedeschi in persona, in uniforme, con la sua medaglia al valor militare sul petto, con la sua mano bravamente piantata sull’elsa della sciabola. Qualche linea più sotto l’effigie di tre giovinotti, Vittorio, Augusto, ed un terzo, minore di tutti.