Sicuro, c’era un terzo figliuolo, Federico, ed egli solo non s’era fatto vivo in quel giorno, e da Londra, dove si trovava, non aveva spedito nè una lettera, nè un dispaccio. Quando Bedeschi pensava a questo ragazzo ch’era stato il suo preferito egli si doleva di aver ceduto una volta tanto alle preghiere di sua moglie, la quale, impuntatasi nell’idea che Federico fosse di salute cagionevole, aveva, tra gemiti e singhiozzi, scongiurato il marito di non fargli abbracciar la carriera militare come i fratelli, e strappatagliene un giorno a malincuore la promessa, se l’era fatta rinnovare solennemente al letto di morte. Federico era quindi rimasto in casa, aveva frequentate le scuole pubbliche, ed era giunto senza gloria fino all’università. Non gli mancava nè cuore nè ingegno, ma aveva uno spirito indisciplinato, ripugnante a studi regolari, turbato piuttosto da vaghe inquietudini d’artista. Onde nel bel mezzo del corso di legge gli era saltato il ghiribizzo di darsi alla pittura, con grande sdegno del colonnello, il quale nè amava l’arte, nè credeva a questa vocazione improvvisa. N’eran seguite scene violente, per merito delle quali Federico aveva finito col non studiar nè pittura nè legge e col menare una vita oziosa e dissipata. Allora il padre gli aveva posto un dilemma. O mettersi in grado di prendere la laurea entro un anno, o partire subito per Londra, ove un antico compagno di cospirazioni del colonnello, arricchitosi nel commercio, impiegava volentieri dei giovani italiani per mandarli, dopo un tirocinio più o meno lungo, presso le sue case filiali di San Francisco o di Sidney. Federico che della laurea non voleva saperne accettò la seconda proposta; meglio far il minatore in California o il pastore in Australia che incretinirsi su una scranna di giudice o assottigliare il cervello nei cavilli avvocateschi.

E partì con una cert’aria spavalda che il colonnello, cattivo psicologo, attribuì a perversità d’animo, mentre Federico, dal canto suo, risentiva profondamente l’affettata indifferenza del padre. Come avviene quando c’è un equivoco che non si chiarisce subito, la freddezza reciproca andò a mano a mano crescendo; padre e figliuolo si accusavano in silenzio di poco cuore e non si scambiavano che lettere brevi, fredde e insignificanti.

Frattanto entrò in casa la Bice portando nella dimora solitaria un nuovo alito di giovinezza, togliendole quell’aspetto triste e desolato ch’essa aveva nelle prime settimane dell’assenza di Federico. Senza volerlo, senza saperlo, la fanciulla nuoceva al cugino. Una frase dello zio lo mise in guardia. — Non parliamo di quello scapato. — egli le disse. — Ora sei tu che ne tieni il posto.

Tenere il posto di Federico? No, ciò non poteva, non doveva essere. Ed ella dichiarò allo zio che prima che accadesse una cosa simile sarebbe tornata in collegio, sicura di farvisi accettare dalla direttrice come assistente.

Alla lunga si calmò, ma fermando il proposito di esercitar tutta la propria influenza per sopire quel dissidio domestico. Pur non tardò ad accorgersi che l’impresa era ardua ed esigeva infinite cautele.

Non le fu difficile mettersi in relazione con Federico, avendola lo zio stesso incaricata talora di scrivergli in vece sua. E Federico le rispose in principio diffidente e guardingo, poi, via via, più sciolto ed espansivo. A lei rivelava la tristezza del suo esilio, l’acuta nostalgia da cui era sovente assalito, la sua ripugnanza ad allontanarsi ancora di più dall’Italia, la sua sfiducia assoluta di far buona prova nella mercatura. Ma soprattutto le discorreva dell’arte, ch’egli aveva ripreso ad amar con passione, che coltivava in segreto, e nella quale avrebbe potuto forse non esser degli ultimi se gli fosse stato permesso di dedicarvisi intero.

Il colonnello Bedeschi aveva tempra di despota, non d’inquisitore, e avrebbe stimato inferiore alla sua dignità lo spiar le corrispondenze della nipote. Delle lettere ch’ella riceveva da Federico egli sapeva quel tanto che a lei piaceva di dirgliene, ed è naturale ch’ella gliene presentasse un’edizione riveduta e corretta. Accennava alla condotta regolare del giovine, al desiderio ch’egli manifestava di riacquistare l’affetto e la stima del padre.... soggiungendo timidamente che a parer suo non c’era ragione di tenerlo più oltre in castigo a Londra, e meno che mai di spedirlo in capo al mondo.

La prima volta che la Bice toccò questo tasto, Bedeschi montò su tutte le furie. — O ch’ella pretendeva di dargli lezioni? Ella, una bambina, con quell’esperienza che aveva? Badasse ai casi suoi e non s’impicciasse di ciò che non la riguardava. Se Federico le scriveva delle sciocchezze, padrone; e padrona lei di rispondergliene altrettante, ma non venisse a far la saccente. Aveva capito?

La fanciulla non si smarrì d’animo per questo rabbuffo nè perdette di vista la sua meta. A ogni occasione opportuna ella tornava alla carica, sopportando in santa pace le sfuriate dello zio, il quale, in cuor suo, non si rammaricava troppo ch’ella difendesse il cugino. Ma il colonnello aveva riputazione d’uomo forte, d’uomo inflessibile, e certe riputazioni sono come un patrimonio da conservare. Bedeschi non voleva che si dicesse ch’egli s’infemminiva cogli anni. Accadeva poi un fatto curioso. Quantunque egli non osasse confessarlo a sè stesso, la Bice gli diventava più cara per la sua generosità nel prender le parti di Federico, e appunto col diventargli più cara gli rendeva meno sensibile la mancanza del figlio.

S’era sbagliata strada. La Bice lo riconobbe e mutò tattica. Da due o tre mesi ella non parlava di Federico che quand’era strettamente necessario il parlarne, pareva rassegnata non solo alla relegazione del cugino a Londra, ma anche alla sua partenza per Sidney o San Francisco.