— È frivola e obliosa come tutte le donne, — pensava il vecchio soldato. — Que’ suoi grandi ardori battaglieri sono sbolliti.
E non le sapeva grado della sua docilità. Era meno sicuro di aver ragione dacchè nessuno gli dava torto.
Ella intanto ne pesava le parole, ne scrutava i silenzi, i gesti, l’espressione della fisonomia, arrischiando di tratto in tratto con finta ingenuità una frase, una domanda, come un generale che spinge innanzi i suoi esploratori per esaminare il terreno.
— Se Federico deve lasciar l’Europa, — ella disse una mattina, — suppongo che verrà prima a salutarci.
Bedeschi levò il capo con un movimento brusco. — Non so.... Forse.... Vedremo.... — E sentendo lo sguardo della nipote fisso sopra di lui, si alzò da sedere e uscì dalla stanza.
La corrispondenza fra i due cugini durava non interrotta e non vigilata. Federico tradiva spesso la sua impazienza, accusava la Bice di non spiegar sufficiente energia per agevolargli il ritorno in patria, dichiarava che assolutamente a Londra non ci poteva stare e che avrebbe finito col fare un colpo di testa.... Poi, nella medesima lettera, chiedeva scusa della sua petulanza e prometteva di seguire a occhi chiusi i consigli della sua savia cuginetta, ch’egli si ricordava in vestito da collegiale e che aveva giudizio da vendere a lui e a molti altri meglio di lui.
E la savia cuginetta gli aveva scritto un giorno con gravità di esperta diplomatica: — Un colpo di testa può anche esser necessario, ma bisogna saper scegliere il momento di farlo. Il momento lo sceglierò io.
II.
— Eccomi, — disse la Bice comparendo nel salotto ove si trovava lo zio.
Egli gettò via il giornale L’Esercito che stava leggendo e si preparò a darle una risciacquata di capo pel suo lungo ritardo. Ma l’aspetto singolare in cui ella gli si presentava gli strappò invece un sorriso dal labbro. E disse soltanto: — Finalmente!... E in quale arnese!