La ragazza aveva un lungo grembiale bianco che le scendeva dalle ascelle ai piedi, le maniche del vestito rimboccate fino ai gomiti, le mani e i polsi impiastricciati di farina, e teneva appunto le mani aperte e le braccia larghe, discoste dai fianchi, per non insudiciarsi di più. Aveva un po’ di farina anche sul viso e nei capelli.
— Eh, non ho terminato che adesso — ella rispose. — Sono in tenuta di fatica.
— Vada a mutarsi dunque.... presto.
— Vado.... ma che cosa voleva, zio, che mi ha fatto chiamare?
È vero. Che cosa voleva? Non se lo rammentava neppur lui.... Ah sì, voleva rimproverarla. E riprese: — Perder la giornata per fare un dolce. Vergogna!
— Fare e rifare, caro zio.... Senza dubbio, la ricetta era sbagliata.... Si figuri che se non ci mettevo un bicchier di latte di più veniva fuori qualcosa di duro come una palla di cannone....
— E ce l’hai aggiunto di tuo capo?
— Già.... La cuoca non vuole responsabilità. È un’impertinente. Sa quel che ha detto? “Mi perdoni, ma io non intendo immischiarmi ne’ suoi pasticci.„
— Ha ragione.... Ma non forzerai neanche me a mangiarlo il tuo pasticcio.
— Oh lo assaggerà almeno.... per poter suggerirmi le correzioni da farsi domani.