Frattanto l’Amelia, che aveva scorso rapidamente la lettera della zia, ne lesse una mezza pagina ad alta voce: “È la prima volta che vado dal fotografo dacchè ho lasciato l’Europa. E ci andai per contentarti. Desidero in compenso di aver le fotografie rinnovate di tutti voi altri. Ho la tua, quelle di tua sorella e di tuo fratello, ma le ultime rimontano al 1885 e ritengo che ne avrete di più recenti. Non ho poi quelle della tua mamma e del tuo babbo, e mi sarebbe così caro di averle.... Il tuo babbo mi trova molto cambiata, non è vero? Eh, il tempo passa per tutti, e per noi donne passa più presto che pegli uomini.„
— Bisogna tornar da Vianelli, — disse l’Amelia ripiegando il foglio.
— Torniamoci addirittura domani. — propose la Carolina.
— Oh, — replicò la madre, — ci andrete voi. Io farò tirar qualche altra copia dei ritratti del 1885, quelli che ci siam fatti, il babbo ed io, pochi mesi dopo dei vostri.
E rivolgendosi al marito: — Mi sembra che anche tu potresti spicciarti allo stesso modo.
L’avvocato sorrise. — No, io voglio esser sincero. Non voglio farmi passar per più giovine di quello che sono. È giusto che la zia Teresa trovi cambiato me come io trovo cambiata lei.
Questa dichiarazione in cui c’era una punta d’ironia crebbe le disposizioni irascibili della signora Luisa. — Io non sono tenuta ad aver tanti scrupoli, ella disse con piglio acre. — La zia Teresa non mi ha conosciuta e non può quindi trovarmi cambiata. Già non crederei d’esser così cambiata in tre anni.
La signora Luisa, sebben rasentasse la quarantina, aveva ancora le sue pretese.
Il marito non le diede la soddisfazione di rilevare le sue parole, ma si mise a sgridare Amedeo che, uscito un momento dalla stanza, vi rientrava con malagrazia rovesciando una seggiola sul suo passaggio.
Avvezzo ai rimproveri paterni, il ragazzo si limitò a rialzare la seggiola e posò un grosso album sulla tavola. — Me li lasci levare questi francobolli? — egli chiese all’Amelia stendendo la mano verso la busta.