— Crede proprio che gli scienziati non sappiano che le cose inutili? — egli replicò. — S’inganna a partito... A fare il caffè con la macchina ho una speciale attitudine.
— Davvero.... Quasi quasi le cederei il posto.... Ma no, non mi fido io.... Invece, m’aiuti.... Scusi, dia qua i fiammiferi.
Ripensandoci su, stento a capacitarmi d’aver trattato con questa familiarità un uomo grave e studioso, un uomo col quale pochi giorni addietro non scambiavo che un freddo saluto; è certo però ch’egli non mostrava di trovar nulla di strano ne’ miei modi, e mi discorreva alla sua volta come si discorre a un vecchio camerata. La confidenza somiglia a un fiore di campo che sboccia da sè, inavvertito, senza cure di giardiniere.
Il professore mi parlò delle sue faccende domestiche; della sua infanzia travagliata, del padre mortogli quand’era ancora bambino, e della sua mamma rimasta con una magra pensione la quale doveva bastare a lei e a due figliuoli. Uno di questi, il maggiore, le recò pochi fastidi e cominciò a guadagnarsi il pane a dodici anni, ma il più piccolo (ed era lui quello) avea la passione degli studi, e la fece spendere e tribolare. Ma dalle labbra dell’angelica donna non uscì mai una lagnanza; tutte le privazioni le parevano lievi per secondare i ghiribizzi del suo dottore in erba.... Negarsi da sè le cose più necessarie, vendere gli oggetti più cari.... oh in verità, anche questi fanatici della scienza sono grandi egoisti!
— Però quando riescono — io dissi — sono egoisti che compensano largamente i sacrifizi che hanno costato.
Verdani tentennò la testa. — Non creda.... Restano egoisti.... O se fanno anch’essi dei sacrifizi non li fanno già per quelli che s’eran sacrificati per loro; li fanno per la scienza, la sirena che li affascina.... E poi chi può dire d’esser riuscito?... Ah badi, badi, signorina, spenga.
Il caffè, bollendo e gorgogliando era già salito fino all’orlo del recipiente di cristallo: il lucignolo che avrebbe dovuto spegnersi da sè ardeva ancora, e io non me n’ero accorta. Prima ch’io potessi riparare alla mia dimenticanza, il tappo, spinto dalla forza del vapore, fu slanciato in aria e una parte del caffè si rovesciò sulla tavola. Non so come nessuno abbia riportato delle scottature. Ma la piccola esplosione svegliò in sussulto la signora Celeste che gridò esterrefatta; — Misericordia! Il colonnello!
Quand’ella ebbe visto di che si trattava non tardò a ricomporsi ed esclamò in aria di persona liberata da un incubo: — Ah! non era che la macchina.... Dunque non si prende più il caffè per questa sera?
— Ce ne sarà rimasto abbastanza da riempire una tazza — risposi, guardando mortificata i segni del recente disastro; — una tazza da dividersi fra lei e il professore.... Io non merito nulla.
— Neppur io — protestò Verdani. — Son io che con le mie chiacchiere ho distratto la signorina Elena.