Ma la signora Celeste dichiarò che la maggior colpevole era lei. — Non dovevo prender sonno.... Un giovine e una giovine quando sono a tu per tu hanno da far di meglio che badare a una macchina da caffè.
Questo scherzo di cattivo genere mise in impiccio il professore e me e ci guastò la serata. Il dialogo si trascinò stentatamente per una mezz’ora; poi ognuno se ne andò dalla sua parte.
Venerdì, 11.
Giornata triste. Non chiusi occhio in tutta la notte. Avevo caldo, avevo freddo, avevo i nervi eccitati al massimo grado. Le parole insignificanti della signora Celeste mi suonavano sempre all’orecchio, come un avvertimento che la mia intimità col professore doveva finire appena nata. È destino; nessuno crederà mai ad un’amicizia semplice, schietta, franca tra un uomo e una donna.
Come saluto mattutino la Gegia, entrando in camera, mi disse: — La colerosa qui vicina, è morta.
Me lo aspettavo; eppure mi fece un certo senso....
Più tardi sentii una gran scampanellata e la voce del postino che gridava dalla strada: — Elena Givalda! — il mio nome!
Mi si rimescolò il sangue. Era senza dubbio la lettera di Odoardo.
No, non era quella.... Era un foglio listato di nero, una partecipazione funebre, con l’indirizzo mio in una calligrafia che non m’era nuova. La signora Emilia Dalla Riva morì ieri a mezzogiorno. Avevo visto l’Augusta mercoledì e sapevo che una catastrofe era inevitabile, ma non la credevo imminente. I funerali si faranno domattina alle 9 antimeridiane, in chiesa San Salvatore. Ci andrò.