— Dia qui, signora Celeste, dia qui — ripigliai ansiosa.

— Temo che sia quella ch’ella aspettava — soggiunse la mia padrona di casa.... — Almeno suo fratello le scrivesse per mandar in fumo quello sciagurato viaggio!

Non le badai, ma corsi a chiudermi nella mia camera con la lettera, di cui avevo riconosciuto il carattere.

Poche righe, in stile commerciale. Lieto della mia risoluzione, mio fratello mi consigliava d’imbarcarmi a Trieste sul vapore del Lloyd l’ultimo o il penultimo venerdì di questo mese. Imbarcandomi a Venezia avrei dovuto scontare la contumacia; ritardando troppo si correva il rischio che il governo turco mettesse le quarantene anche per le provenienze da Trieste. A ogni modo telegrafassi al momento dell’imbarco, dirigendo il dispaccio a Costantinopoli presso il Consolato italiano. Inchiuso nella lettera c’era un chèque di mille franchi su un banchiere di qui, a vista.

La mia paura che Odoardo non mi rimettesse che la somma strettamente necessaria pel viaggio era, come si vede, affatto infondata. Cinquecento lire mi bastano ad esuberanza per andar fino a Costantinopoli; le altre cinquecento potrò spenderle qui nel modo che stimerò più opportuno. Non ho mai avuto tanti quattrini disponibili.

Quanto pagherei d’esser già partita! — io scrivevo l’altro ieri su queste pagine.... Sì, sì, desidererei d’esser partita, d’essere arrivata a Costantinopoli, a Tiflis, in capo al mondo.... Sono, in complesso, d’un umore adattabile, finirò col rassegnarmi al mio nuovo soggiorno e al mio nuovo stato.... Ma questo periodo d’attesa m’è intollerabile.

Eppure non potrò imbarcarmi che il 25. Ho ancora troppe cose da sbrigare, ho troppe persone da vedere perchè mi sia dato essere a Trieste per venerdì prossimo.

La signora Celeste, piena di curiosità, picchiò all’uscio con un pretesto qualunque.

Io mi ricomposi in fretta, e senz’aspettare le sue interrogazioni dissi: — Cara signora Celeste, dunque ci lasceremo prima del 25.

Ella rimase sbalordita. — Ma siamo già al 12.