A pranzo fui sgarbata, irritabile, pronta a interpretar tutto sfavorevolmente. M’ero fitta in capo che l’annunzio positivo della mia partenza dovesse recare una gran soddisfazione alla Giulia Sereni, e guardandola con questa idea preconcetta credevo realmente di scorgerle sulle labbra un risolino di trionfo. Non ch’io fossi una rivale; ero un testimonio incomodo delle arti con cui ella tentava accalappiare l’ottimo professore. E lui? Oh gli uomini! Anche i migliori son vanitosi, e a forza di lodarlo, di lisciarlo, di corteggiarlo, la Giulia raggiungerà il suo intento.... A me oggi egli rivolse alcune parole cortesi di rammarico; poi nulla più. Invece la signora Celeste non la finiva con le sue lamentazioni, e lasciò perfino cader due grosse lacrime nella minestra.
Dio buono! Quante pagine ho riempiuto! E sono già le tre del mattino. Bisogna smettere.
Martedì, 15 giugno.
Nè ieri, nè ier l’altro non ho potuto metter penna in carta, tanto fui occupata tra visite, spese e brighe d’ogni maniera. Vidi domenica anche la Lucia Mazzuola, quella di cui la Norini dice che partorisce due volte all’anno. È innegabile che il suo esempio non invoglia al matrimonio. La trovai in mezzo a cinque marmocchi e incinta per giunta. E com’è mutata! Era tanto bellina, e adesso ha perduto gran parte dei suoi capelli, ha gli occhi smorti, le carni flosce e il colorito terreo. Ha pei suoi bimbi una tenerezza rabbiosa che si sfoga sgridandoli, sculacciandoli, urlando come un’ossessa a ogni birichinata che fanno, a ogni pericolo che corrono. — Non ne posso più — ella mi disse — non ho un’ora di pace, nè di giorno nè di notte.... E si stenta a vivere, sai, co’ bei guadagni che ci sono.... Pensare che ci son di quelli che han paura del colèra.... Per me, se mi capitasse, sarebbe una gran liberazione.... Quieto Mino;... Maria, non toccare quella sedia;... no, Tullio, non arrampicarti sul canapè;... ho detto di no.... e quell’altro che tira il cordone della tenda.... no, no.... ah Vergine Santissima, voi non ne avete avuti cinque figliuoli.... avete già tribolato abbastanza con uno solo.
E queste esclamazioni erano intermezzate da pif puf a destra e a sinistra con l’inevitabile accompagnamento di pianti e singhiozzi infantili.
— La festa è peggio che mai — notò la Lucia — perchè non posso mandarne a scuola nessuno.
Non rimasi dalla mia amica che un quarto d’ora, quel tanto che bastava per informarla della mia partenza e congedarmi da lei. Ella non deve neanche aver capito ch’io vado così lontano. — Buon viaggio — mi disse. — Quando vieni a Venezia, se ti ricordi di me mi farai piacere.... Ma che sia di giorno di lavoro. Arrivederci.... E non ti maritare.
Iersera, dopo parecchi giorni piovigginosi, faceva bel tempo, e la signora Celeste mi propose di fare una passeggiata. Accompagnammo la Giulia Sereni a casa sua, e poi andammo noi due sole solette sul Molo. Imboccando la Piazzetta si vedeva attraverso l’arcata d’angolo del Palazzo Ducale il solco tremulo e argenteo segnato dalla luna sull’acqua; e la mole ardita e leggiadra dello stupendo Palazzo, e le colonne di Marco e Todero, e la biblioteca di Sansovino spiccavano maravigliosamente sull’azzurro limpidissimo del cielo. L’isola di San Giorgio, in fondo, chiudeva il quadro.... Ma dal Molo lo sguardo correva senza ostacoli fino alla punta dei Giardini e alla striscia sottile del Lido, abbracciando tutto il bacino della Laguna e tutta la Riva degli Schiavoni, nuotanti, per così dire, nel mite chiarore lunare. Era un silenzio, una quiete di città abbandonata; non un fischio di vapori, non un movimento di remi. Con le braccia incrociate sul davanti ai loro pontili i barcaiuoli gridavano macchinalmente: Gondola, gondola. E nessuno rispondeva. Lontano, lontano, una barca dal felze basso e chiuso, dall’aspetto sinistro, la barca che conduce i colerosi all’Ospitale di San Cosmo, s’avviava verso la Giudecca.
Dopo aver girato alquanto su e giù, sedemmo con la signora Celeste su una delle panchine di marmo vicine al ponticello che congiunge il Molo al Giardinetto. Non passava quasi anima viva; il caffè in capo al viale era muto, buio e deserto e metteva tristezza a vederlo, specialmente chi se lo ricordava negli anni addietro, in questa stagione, affollato, pieno di luce e di musica.