Comunque sia, anche nello squallore presente, la mia Venezia esercitava sopra di me un fascino irresistibile. Non mi sarei più mossa di lì; aspiravo per tutti i pori la voluttà segreta che dà lo spettacolo delle cose belle.
La signora Celeste rispettò per un poco il mio raccoglimento, facendomi il gran sacrifizio di serbare il silenzio; ma quando i Mori della Loggetta batterono le dieci, ella mi toccò la spalla e mi disse che era tardi e che bisognava rincasare. Mi alzai come un automa, girando gli occhi intorno ancora una volta, quasi per imprimermi nella pupilla la tinta del cielo e dell’acqua, la linea dei monumenti, e ogni particolare della scena incantevole che forse non avrei più riveduta.
In Merceria fummo raggiunti dal professore Verdani che rincasava anch’egli e che ci si pose al fianco. Era inquieto per l’inquietudine della sua mamma, la quale non voleva persuadersi che il colèra fosse in diminuzione, e insisteva per venire a Venezia presso il figliuolo.
— Questo non posso permetterlo — egli disse — ma capisco che mi toccherà domandare una licenza di due o tre giorni e fare una corsa a Bologna.
— Va via?... Quando? — esclamai, dolorosamente colpita dalla notizia.
— Oh! — rispose il professore. — Forse alla fine della settimana.... Lunedì sera al più tardi sarei di ritorno.... Ella non sarà mica partita?
— Io?... No.... non credo — balbettai confusa.
— No certo — egli soggiunse. — Basta che parta il giovedì.... Mi dorrebbe troppo ch’ella partisse senz’averla risalutata.
La signora Celeste affermò energicamente ch’io non dovevo partire che all’ultimo momento.... seppur partivo. È inutile; la signora Celeste non vuol rinunziare alla speranza ch’io rimanga a Venezia.
Fra una chiacchiera e l’altra si giunse a casa e ci scambiammo la buona notte. Il professore mi diede mia stretta di mano all’inglese.