Non avevo sonno e cominciai a fare il mio baule nel quale posi anche dieci o dodici libri che desidero portar meco; un piccolo Dante, un’edizione completa del Manzoni, la Gerusalemme, le Odi barbare del Carducci, un volumetto di poesie dello Schiller tradotte da! Maffei, ecc., ecc. Il resto della mia minuscola biblioteca lo regalerò alla Norini, la lettrice infaticabile. È vero ch’ella mi rivolse un giorno questa singolare domanda: — Avresti da prestarmi un libro immorale? — E poichè io inarcavo le ciglia, ella insistè: — Sì, uno di quei libri che non si mettono in mano alle ragazze.... Non ti scandalizzare. Noi maestre siamo inzuppate fradicie di moralità.... I nostri manuali scolastici sono così noiosamente virtuosi.... I discorsi che facciamo alle nostre allieve, quelli che sentiamo farci dalle autorità competenti sono uno stillato di così sante massime, che qualche volta, per amor dei contrasti.... capisci....

Non so che dire; i libri che lascerò alla Norini non sono immorali.... S’ella non vorrà leggerli, pazienza.... Li serberà per memoria.

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Una futile ragione mi tenne alzata iersera più tardi del consueto. Sul punto di coricarmi mi parve che la mia camera avesse bisogno d’aria e spalancai le imposte. Naturalmente la luce interna si riflettè sulla muraglia sgretolata della casa dirimpetto, di là dalla calle ch’è larga forse un paio di metri, e vi segnò sul fondo scurissimo la sagoma rettangolare della finestra in mezzo alla quale spiccava la mia ombra. Nè ciò avrebbe fermato la mia attenzione; ma a sinistra, poco più in là, sulla stessa muraglia di fronte vidi un altro rettangolo luminoso e in mezzo ad esso un’altra ombra, come il busto di un uomo seduto e assorto in qualche grave occupazione. Sulle prime restai perplessa. O di dove veniva quella luce? E che corpo proiettava quell’ombra? Però non tardai a raccapezzarmi. Proprio alla sinistra, due stanze dopo la mia, c’era la camera del professor Verdani. È chiaro ch’egli era alzato com’ero io, e che aveva, come me, voluto prendere una boccata d’aria prima di mettersi a letto. L’ombra mutò posizione e anzichè d’una persona seduta parve quella d’una persona affacciata al davanzale. Noi non potevamo vederci, il professore ed io, chè ce lo avrebbe impedito anche di giorno la cappa d’un camino posta fra le due finestre; tuttavia giurerei che a due riprese egli abbia proteso la testa dalla mia parte. Del resto, io feci lo stesso. Di nuovo l’ombra si mosse e ora s’ingrandiva ora s’impiccioliva sul muro, come avviene d’un corpo che ora s’avvicini ora si discosti da un punto luminoso. Certo il professore camminava su e giù per la stanza. Tendendo l’orecchio nel silenzio profondo avrei giurato di sentire il suono de’ suoi passi. Due volte ebbi la tentazione di gridare: — Buona sera, professore; — due volte il saluto mi morì sulle labbra. Alle undici e tre quarti richiusi le imposte.


Mercoledì sera, 16 giugno.

Spese e visite, visite e spese; ecco il bilancio della giornata. Ho qui schierati sul mio tavolino cinque o sei gingilli che regalerò alle mie amiche; roba, s’intende, di poco valore, quale può essere donata da una povera diavola come sono io. In tempi ordinari i bottegai mi avrebbero servita con la massima flemma del mondo; oggi invece gareggiavano di zelo e di sollecitudine. È un piagnisteo generale.... Il paese è deserto; si apre e si chiude il negozio senza veder anima viva.... E tutti hanno bisogno di prendersela con qualcheduno; coi cittadini che partono o coi forestieri che non vengono, col Municipio, col Governo, coi bollettini sanitari, con le quarantene, coi medici e persino con gli ammalati. E, a rigore, gli ammalati sono i più colpevoli.... Se non ci fossero, loro!...

Oggi, a pranzo, il professore entrò in salotto ch’eravamo già sedute a tavola. Nel darmi la mano e nel prendere il suo posto fra la Giulia e me, egli arrossì visibilmente e son certa d’aver arrossito anch’io. Perchè? Ci vergognavamo forse d’esserci spiati a vicenda? Ero in procinto di dirgliene qualche cosa; ma la Sereni ci aveva piantato gli occhi addosso, e preferii di tacere.

Gran pedante quella Giulia Sereni! Da un paio di giorni, senza dubbio per farsi bella col professore il quale dichiarò sere addietro di non aver perduto ogni gusto per la poesia nemmeno dopo essersi consacrato agli studi scientifici, ella infarcisce i suoi discorsi di citazioni di versi. Se la zia non la fermava in tempo, oggi ci avrebbe data una vera accademia di declamazione. Per fortuna quand’ella intuonò il celebre sonetto del Carducci: T’amo, o pio bove, la signora Celeste, che non ne poteva più gridò: — Auff! Anche il manzo adesso.... Mangialo il manzo, e non ci romper le scatole!...

Quest’uscita molto prosaica e plebea tarpò l’ali della nostra Saffo.