Perchè Verdani mi scrive? Perchè mi offre degli schiarimenti ch’io non ho alcun diritto di chiedere? E quel suo invito a pensare a lui è una pura formalità o è qualcosa di più? E che motivi saranno quelli a cui egli accenna?

Ecco le domande ch’io rivolgo a me stessa da questa mattina in poi e alle quali non mi vien fatto di rispondere. Il meglio sarebbe non curarsene più che tanto, e aspettar dalla bocca di Verdani la chiave dell’enigma. No, meglio ancora sarebbe non aspettar nulla, sfuggire delle spiegazioni inutili.... Dio buono! Io avrei bisogno di calma, avrei bisogno di chiamare a raccolta le mie forze per dare un addio triste, ma dignitoso alla patria e agli amici, e invece noto in me i segni precursori della tempesta.... Ma è possibile?... Io proverei per Verdani un sentimento diverso dalla semplice amicizia? Alla vigilia di partire per sempre io lascerei divampar quest’incendio nel mio cuore? Eppur fino a un paio di giorni fa io non lo consideravo che come un amico, un amico leale il cui ricordo pieno di soavità mi avrebbe accompagnata nell’esilio.... Mercoledì soltanto le sue parole, i suoi sguardi mi turbarono profondamente.... Oh s’egli lo sapesse, come se ne dorrebbe!... Egli è un onest’uomo, non può volere il male di nessuno.... Ma allora, perchè quel biglietto, perchè quella frase: pensi qualche volta a me?... Ch’io mi fossi ingannata sul conto suo, ch’egli fosse uno dei soliti libertini ai quali piace scherzare col fuoco, certi ch’esso abbrucia gli altri e non loro?... Ma io, io non sono forse la prima colpevole? Non dovevo accorgermi del pericolo che mi sovrastava? Non dovevo sapere, a venticinqu’anni compiuti, che questo povero cuore di donna è debole contro le insidie, è facile alle illusioni, e che, solo chiudendosi alteramente in sè stesso, può evitare di essere insidiato ed illuso? Non dovevo a ogni modo arrestarmi a tempo in una via senza uscita? Dalle mie inquietudini, dai miei dispetti, dalla mia avversione esagerata per la Giulia Sereni non dovevo capire che camminavo sopra un vulcano?

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Sono una sciocca. Ho riletto or ora il bigliettino del professore. Certo fu in lui un atto cortese lo scriverlo, ma egli ha riparato a questa esuberante gentilezza scrivendolo così asciutto, così conciso che ci vuol proprio uno sforzo di fantasia a supporvi un significato recondito.... Tanto meglio dunque.... O tanto peggio?... Dio mio, Dio mio.... Sono giunta al punto di non saper più ciò che devo desiderare e ciò che devo temere?


Mezzanotte.

Per distrarmi acconsentii ad andar in Piazza stasera con la signora Celeste per aspettarvi il ritorno dei bersaglieri dal Lido. Al Lido s’è festeggiato, come si festeggiava oggi in ogni distretto militare della penisola, il cinquantesimo anniversario della istituzione di questo Corpo divenuto così popolare in Italia.

Piovigginava e non c’era gran folla. I bersaglieri, approdati sul Molo, percorsero la Piazza con fiaccole accese fra gli applausi e i fuochi di bengala. Fu un divertimento che durò dieci minuti.

A ben altro spettacolo avevo assistito, di ben altro entusiasmo gli stessi bersaglieri avevano fatto palpitare il mio cuore di bimba il 19 ottobre 1866, all’ingresso delle truppe italiane a Venezia. È una delle memorie più vivaci della mia infanzia.

Mi par d’essere all’angolo delle Procuratie Nuove, in fianco del campanile, con la mamma e col babbo, in mezzo a una calca di gente ch’io vedevo muoversi e ondeggiare sotto di me, perchè il babbo, alto di statura, m’aveva presa in collo e messa a sedere sulla sua spalla. Io guardavo incantata i battaglioni che mi sfilavano dinanzi, guardavo le bandiere tricolori che gonfiate dal vento si svolgevano dalle antenne di San Marco in magnifici panneggiamenti, e le signore che dalle finestre agitavano i fazzoletti, e gridavo anch’io come gli altri: Viva, viva! A un tratto s’udirono degli squilli di tromba e tutta quella moltitudine si agitò, muggì come un mare in burrasca e una voce corse per tutte le bocche: I bersaglieri, i bersaglieri. Fummo travolti dalla folla, sospinti di qua e di là, fin che ci trovammo, non so come, pigiati contro una colonna. Intesi dopo che s’era corso un gran pericolo; il babbo aveva temuto di non poter tenermi in equilibrio e la mamma che gli si aggrappava alle falde del vestito era stata sul punto di esser separata da noi e rovesciata a terra. Ma allora chi ci badava? Una vispa schiera di piccoli demoni (li ho sempre davanti agli occhi) dalla faccia abbronzita, dalle uniformi turchine, dai grandi cappelli piumati, si precipitava dal Molo in Piazzetta sollevando sul suo passaggio un urlo frenetico: Viva, viva i bersaglieri! E io battevo le mie manine e ripetevo: Viva, viva i bersaglieri!... Ah chi direbbe che da quel tempo son passati quasi venti anni?... Povero babbo e povera mamma mia, voi non siete più adesso al mio fianco, e io sono alla vigilia di abbandonare le vostre tombe!