Chinò leggermente il capo, fece un mezzo giro con precisione militare e rientrò nella sua camera, tenendo sempre in mano la nappa del campanello.

Non lo vedrò più, ma la sua figura allampanata, i suoi modi strani, la sua voce rugginosa non mi fuggiranno così presto dalla memoria.

Nel pomeriggio capitarono visite. Vennero le Giglietti, madre e figlia, la figlia che al primo del mese farà gli esami di telegrafista, e non sa darsi pace che i regolamenti abbiano voluto proibire il matrimonio alle ragazze impiegate nei telegrafi; venne quell’originale della Norini; venne infine l’Augusta Dalla Riva in lutto strettissimo, ma trasfigurata dal suo amore felice. Mi parlò un poco della sua mamma defunta, mi parlò molto del suo Umberto, delle cure delicate ch’egli le prodiga, del quartierino ch’egli sta allestendo per lei.

Ah — esclamò l’Augusta al momento di prender commiato — io non meritavo questa fortuna.... Possibile che non tocchi nulla di simile a te che meriti tanto di più?... Se fossi un uomo, io!...

— Se tu fossi un uomo — risposi io sorridendo — non sposeresti il tuo Umberto.

L’argomento non ammetteva replica, ed ella dovette darmi ragione.

Ci vedremo ancora una volta, martedì, e mi riservo a consegnarle in quel giorno il ricordo che le ho destinato e che servirà per regalo di nozze.

Tutte le mie amiche mi promettono di scrivermi; tutte vogliono un’uguale promessa da me. Che corrispondenza avrebbe ad essere!...


Undici di sera.