Tre ore.

Ho pregato la signora Celeste di lasciarmi sola nella mia camera, ho avvertito la Gegia che oggi non desideravo ricever nessuno, e dopo mezzogiorno mi son gettata sul canapè sperando di dormire.... Chiusi gli occhi, ma non dormii.

Tra la veglia e il sonno mi venivano all’orecchio tutti i rumori della calle; le grida e il rincorrersi dei monelli, il chiaccherio delle comari che disputavano di lotto e di colèra, il borbottar noioso d’una mendicante ferma sulla cantonata. Poi, per la prima volta nell’anno, mi ferì la voce nota e triste d’una persona sconosciuta, la voce d’una venditrice di more, che fin dalla mia infanzia, in qualunque parte della città io abitassi, sentivo offrir la sua merce con le identiche parole e con l’identica cantilena, lenta, strascicata, patetica: — More, bele more da morero e da giardin. More, chi vol more?... — Non so dire e meno ancora saprei spiegare la malinconia che quella voce e quella cantilena mi han sempre messa nell’anima. Ma non avevo mai vista la venditrice di cui dimenticavo l’esistenza per nove mesi dell’anno. Ho voluto vederla oggi. È una contadina di mezza età, tozza della persona, con un cappellaccio nero a cencio, con un goffo vestito di traliccio bleu su cui spicca una pettorina di tela che dovrebbe esser bianca, ma che il sugo delle more ha insudiciato di macchie tra il rosso cupo e il violetto; in somma, tutto ciò di più prosaico che si possa immaginare.... Valeva la pena d’alzarsi dal canapè per ammirare questo bel tipo. E nondimeno quando il ritornello riprese More, bele more, ecc.; e più ancora quando la voce andò via via allontanandosi, ebbi il solito stringimento di cuore, la solita voglia di piangere.

Era il vespero. Le campane di San Marco suonavano a distesa. Due colombi appollaiati sul tetto della casa di fronte spiccarono il volo verso la piazza.


Mezzanotte.

Il professore non è arrivato. Se non arrivasse neppur domani, neppur doman l’altro; se, invece di anticipare il suo ritorno come aveva promesso, lo differisse fin dopo la mia partenza; se fosse trattenuto da sua madre; se insomma io dovessi abbandonare Venezia senz’averlo più visto?... Perchè, ormai non c’è rimedio, bisogna ben ch’io m’imbarchi a Trieste il 25.... Con quale pretesto potrei tardare di più?... Per aspettar lui che non si cura di me?... Per rivelargli il mio amore?... Per mendicare il suo?... Ah no, no, sono troppo altera; piuttosto morrei.

Del resto, se pur Verdani non viene, è impossibile ch’egli non scriva. Non è soltanto un debito di cortesia, è un debito di lealtà. Mi scriverà per mandarmi un saluto, per chiedermi scusa.... e questa lettera fredda, cerimoniosa dovrà essere il mio conforto nelle amarezze dell’esilio!... Sciocca, sciocca, che questa mattina credevo possibile la felicità nella passione solitaria, ignorata da chi ne è l’oggetto.... Sarà il tarlo nelle viscere, sarà l’inferno nell’anima, sarà l’amore che si tramuta in odio....

La Giulia seguita a non comparire. Sembra che le amiche (tenere amiche) se la disputino per averla a pranzo con loro.... Oh, ma ricomparirà alla nostra tavola, ricomparirà certo appena torni Verdani.... Ella non deve mica essersi data per vinta.... E forse ha ragione a persistere, forse le sue grazie trionferanno delle ritrosie del professore, forse, nel Caucaso, mi giungerà l’annunzio di quelle auspicatissime nozze....

Che desinare allegro fu quello d’oggi! La signora Celeste voleva discorrere, ma io la scongiurai d’aver pietà della mia emicrania. Allora ella divenne grave, misteriosa, e disse con piglio solenne: