— L’emicrania.... Uhm!... Domani sarà passata.


Domenica, 4 luglio.

Riprendo la penna dopo quindici giorni per compiacere ad un’altra persona. Io avrei preferito attendere fin che avessi l’animo più calmo, più riposato, ma quella persona mi sollecita a romper gl’indugi, e i desideri di lei sono ormai legge per me.

Quando penso alle disposizioni d’animo con le quali cominciai questo diario e alle disposizioni con cui lo finisco, non posso non domandare a me stessa se io, io che ne scrivo l’ultime pagine, sono l’identica Elena Giralda che ne scrisse le prime e se la vita serba realmente di queste sorprese, onde chi ieri ne invocò il termine come beneficio supremo possa oggi augurarsela eterna.

Ma non voglio perdermi in divagazioni inutili.

— Sa, il professore è venuto — mi disse la Gegia, entrando in camera col caffè la mattina di lunedì, il lunedì 21 giugno.... oh non c’è dubbio che mi scappi di mente la data. — È venuto con la prima corsa....

Avevo le palpebre gravi, l’ossa peste dalla notte insonne. Mi posi a sedere sul letto e dissimulando la mia agitazione quanto meglio potevo: — Ah! — replicai macchinalmente — è venuto?... E sta bene?

— Bene.... bene.... E non pareva punto stanco.... Avrà riposato un’ora al più.... poi, quando meno si credeva, si affacciò alla soglia della cucina e chiamò la padrona con la quale ebbe un colloquio lunghetto, e adesso è lì in salottino che aspetta....

— Aspetta?... Che cosa?...