La Gegia prese la chicchera del caffè dalle mie mani che tremavano, e rispose: — Ma!... sembra che aspetti lei....

— Perchè dovrebbe aspettarmi? — soggiunsi, sforzandomi di far l’indifferente.

— Questo poi non lo so.... Non ho inteso ciò che si dicessero con la signora; ho inteso soltanto le ultime parole del professore: La vedrò appena alzata.... Di chi altri poteva parlare?

Licenziai la Gegia e saltai giù dal letto. Avrei voluto esser vestita in un attimo, e invece la mia toilette mi occupò una mezza oretta abbondante, sia che istintivamente vi ponessi più cura, sia che la smania di far presto riuscisse, come suole, all’effetto contrario. Rammento un nodo dovuto rinnovare tre volte, un bottone passato e ripassato in un occhiello che non era il suo, un riccio che s’ostinava a cadermi sulla fronte e mi tenne davanti allo specchio per un paio di minuti.

Quando fui pronta, esitai ad uscir dalla stanza; perchè, sebbene avessi una gran voglia di salutare Verdani, non volevo aver l’aria di cercarlo. D’altra parte però non era giusto ch’io rimanessi, contro le mie abitudini, chiusa in camera fino al momento della colazione. Uscii quindi in cappellino e mantiglia, deliberata ad andar fuori di casa per alcune spese dopo aver dato il solito buon giorno alla signora Celeste. Chi sa, del resto, che confusione s’era fatta la Gegia nella sua zucca vuota? Chi sa se Verdani si sognava neanche di attendermi?

Ma la Gegia aveva colto nel segno, e il professore mi attendeva davvero. Anzi egli doveva essere alle vedette, perchè appena sentì i miei passi mi venne incontro tendendomi tutt’e due le mani.

— Desideravo — egli principiò alquanto impacciato, e guardando il mio cappellino — desideravo dirle qualche cosa.... Ha urgenza di uscire? — E poichè io tardavo a rispondere, egli insistè: — Avrei urgenza io.

— Quand’è così — susurrai con un filo di voce.

Egli m’introdusse nel salottino ove la signora Celeste stava una parte del giorno a lavorar di calze o a leggere l’Adriatico e il Pettegolo, e ove io venivo di tratto in tratto a farle compagnia con un ricamo o con un libro. Adesso la signora Celeste non c’era; eravamo soli, il professore ed io.

Verdani mi pregò di sedere. Egli si mise a camminare in su e in giù, come aveva camminato nella propria stanza quelle sere in cui io vedevo la sua ombra sul muro della casa dirimpetto. Dopo un paio di giri si fermò, s’appoggiò alla spalliera d’una seggiola e mi chiese senza preamboli: — Quando parte, signorina Elena?