Prima che il professore potesse far un ultimo tentativo di trattenerla, prima ch’egli potesse almeno carpirle la promessa di ritornare, ella era già nell’andito vicino alla porta della scala. Bisognò pur che Teofoli si decidesse ad aprirle.
— Buon giorno, — ella disse scendendo rapidamente gli scalini seguita da Darling i cui sonagli mettevano un tintinnio argentino.
Teofoli tornò nel salotto da pranzo e si riaffacciò alla finestra da dove l’aveva vista venire. E dalla stessa finestra la vide allontanarsi e l’accompagnò con lo sguardo sinch’ell’ebbe svoltato il canto della via. Allora liberò il gatto Tocci che miagolava e graffiava l’uscio della sua prigione, e ricondottosi nello studio s’abbandonò sul divano, stanco, sfinito come dopo una giornata campale.
X.
La brillante avventura del professore Teofoli non rimase a lungo celata.
Già sul far della sera la signora Pasqua venendo a portare il lume e a chiuder le imposte si fermò sui due piedi arricciando il naso e disse: — Che odore di muschio!
Il professore non rispose.
— Badi che si buscherà un’emicrania — ripigliò la governante, mentre perlustrava lo studio in tutti i suoi sensi. — A un tratto ella pronunziò queste gravi parole: — C’è stato un cane.
— Da quando in qua i cani hanno odore di muschio? — replicò Teofoli in tuono ironico.
La signora Pasqua insisteva dando un’occhiata di sbieco sotto uno degli scaffali: — Non parlo a caso. C’è stato un cane.