Sul tardi il conte Serlati tenne a Teofoli su per giù il discorso che la Giorgina gli aveva pronunziato. E gli promise di capitar quando meno se l’aspettava a sorprenderlo nel suo studio, o solo, o con la moglie.... Sapeva ch’era uno studio così bello, così gaio....

A trovar la bonaccia assoluta dopo essersi preparato alla tempesta, Teofoli, anzichè esser contento, provò un senso di mortificazione e di rabbia. Ma dunque s’erano presi gioco di lui? Dunque nessuno pensava che una donna potesse compromettersi a venir sola a casa sua? E quell’imbecille di Serlati faceva lo spiritoso alle sue spalle? E quell’altro peregrino intelletto di Montalto sogghignava anche lui sotto i baffi? In verità non dovrebb’esser permesso ai cretini di pigliare un’aria di superiorità verso gli uomini d’ingegno.

Ah uomini d’ingegno, uomini d’ingegno! Per modesti che siano o fingano d’essere, l’orgoglio ch’è in loro fa capolino quando più converrebbe ch’esso restasse celato. Ogni volta ch’essi si mettono in una posizione falsa dando agli sciocchi il diritto di canzonarli, si lagnano se gli sciocchi ne approfittano e li canzonano.

Tuttavia il maggior cruccio del disgraziato Teofoli derivava dal sospetto che la contessa Giorgina fosse stata realmente d’accordo col marito e coi galanti per fargli il brutto tiro e per rider poscia di lui. Qui proprio egli si sbagliava. Seppur la Serlati avesse avuto l’idea di burlarsi per conto proprio della passione senile ch’ell’aveva destata, non avrebbe certo avuto quella di chiamar nessuno a partecipar della burla. Ma non si trattava nemmeno per lei d’una burla. Era andata da Teofoli un po’ per compiacenza, un po’ per curiosità, con quella meditata spensieratezza (ci si passi buona la frase contraddittoria) che si riscontra così sovente in qualche bizzarro cervellino di donna. Aveva novanta su cento probabilità di non rischiar nulla nella sua visita; in quanto alle dieci probabilità sfavorevoli si affidava al caso, il regolatore supremo di gran parte dei fatti umani. Nè c’è dubbio che non avendo da guadagnarci a propalare il segreto, per conto suo avrebbe taciuto; ma poichè, senza sua colpa, la faccenda era trapelata, ella si levava d’impaccio con molta disinvoltura, persuasa in buonissima fede di render un servizio al suo amico.

Teofoli invece, a pensarci su, si riscaldava il sangue da solo, e sarebbe stato un bel trionfo per la signora Pasqua il vederlo tornare a casa in un parossismo di collera; per disgrazia la signora Pasqua era a letto e non potè goder lo spettacolo del suo padrone inferocito contro il proprio idolo. La celeste Giorgina, la creatura ideale, l’angiolo di paradiso era divenuta un demonio, un mostro di nequizia. Strani effetti dell’amore attraverso il quale noi non vediamo mai le cose nelle loro proporzioni naturali, ma ora più grandi ora più piccole del vero, come attraverso un canocchiale che si tenga a vicenda diritto o rovescio!

Quantunque fossero quasi le due del mattino, il professore rimase alzato nel suo studio e s’accinse a scrivere. Non scriveva già un capitolo del suo libro, una monografia per qualche giornale, una serie di note per le sue lezioni; scriveva una lettera, a lei. A parlarle non avrebbe mai avuto il coraggio di dire quello che voleva. Con la penna in mano, chi sa! E scrisse, e scrisse senza mai riuscire a trovar la nota giusta. Non uno de’ suoi lavori scientifici gli aveva costato tanta fatica. Cominciò con l’intonazione secca, ricisa, d’un uomo che brucia i suoi vascelli. Non intendeva esser lo zimbello di nessuno; chi non apprezzava i suoi sentimenti mostrava di non esserne degno. In quanto a lui, ormai aveva aperto gli occhi e doveva tutelare la sua dignità. Ma a questo punto la lettera gli fece l’effetto d’esser troppo brutale e stracciò il foglio e lo gettò nel cestino. E dopo il primo un secondo, e dopo il secondo un terzo, e un quarto, e via via. Intanto i suoi ardori sbollivano, e al quarto o quinto rimaneggiamento la sua epistola divenne così melensa e insignificante che nulla più. Ma nel rileggerla gli saltò la stizza di nuovo, s’accusò di debolezza, di pusillanimità, si picchiò rabbiosamente la fronte coi pugni, e preso un altro foglio ritentò l’ardua prova. Ed era sempre la medesima cosa. Ora diceva troppo, ora troppo poco. Verso l’alba non ne poteva più e andò a coricarsi senz’aver concluso nulla. Appena alzato si mise all’opera e finì col vergare una trentina di righe che non erano nè carne nè pesce, ma delle quali si contentò nella sfiducia assoluta di poter far meglio. Ripiegò il foglio, lo chiuse nella busta, e rompendo gli indugi lo consegnò al ragazzo Fedele perchè lo portasse subito subito alla sua destinazione. Mezz’ora dopo uscì per recarsi all’Università. Camminava torvo, stralunato, parlando fra sè, onde un collega, incontrandolo, credette ch’egli declamasse dei versi di Virgilio o di Dante. Non erano versi che Teofoli recitava; erano frasi della sua lettera, e adesso, nel ripeterle a sè medesimo, stentava a trarne un senso chiaro e preciso. Quella sua prosa arruffata, dissimile tanto dalla sua prosa ordinaria, rifletteva lo stato della sua anima, combattuta tra diversi affetti. Da un periodo traspariva in lui il fermo proposito d’infrangere la sua catena; dal periodo seguente si sarebbe potuto arguire ch’egli desiderasse di legarsi di più. Che avrebbe detto, che avrebbe pensato la contessa Giorgina? E se non avesse detto nulla? Se avesse inflitto al suo adoratore la massima delle umiliazioni, non curandosi neanche di ciò ch’egli le scriveva, lasciandolo libero di venire o non venire, di troncare o no ogni rapporto con lei?

L’ora della lezione fu, come sempre, un’ora di tregua, di pace pel nostro Teofoli. In quell’Università ch’era il suo regno, in quelle aule rese domestiche dalla lunga consuetudine, davanti alle faccie allegre di quegli studenti che, pur cambiando ogni anno, conservavano un’aria di famiglia, egli non dimenticava già le sue pene, ma gli pareva che il carico ne fosse men grave.

L’agitazione ricominciò appena egli fu di nuovo all’aperto, e andò crescendo di mano in mano ch’egli si avvicinava a casa. Era già presso al portone quando sentì qualcheduno che lo rincorreva e una voce che non gli era ignota lo chiamò replicatamente: — Professore, professore.

Era il cameriere della contessa Serlati.

— Ho questo biglietto per lei, — egli disse. — Non c’è risposta.